(E poi basta)

Oggi l’augurio che faccio a noi tutti è di imparare a pretendere che l’informazione sia il più possibile neutra ed accurata e di non farci tentare da facili strumentalizzazioni. Sono convinta che le forzature – anche quelle in buona fede – portino inevitabilmente ad una polarizzazione sempre più marcata ed in ultima analisi allo scontro, non all’incontro.

A chi non crede che la radice di questa atmosfera orrenda sia (anche) l’esasperazione dico che per me invece molto si nasconde proprio lì.

Io quando vedo che cosa è diventata l’informazione sono francamente esasperata. Frustrazione, fastidio, confusione e violenza mettono radici sì nell’ignoranza, sì nell’indigenza, ma anche (in maniera più subdola ed imprevedibile) nell’impossibilità di trovare una fonte di informazione obiettiva, un interlocutore libero da preconcetti, un rappresentante capace di argomentare con contenuti e non con vuoti slogan, di proporre soluzioni e non solo di avanzare critiche, fomentando le masse.

Come possiamo essere costruttivi se non siamo capaci di liberarci dai nostri pregiudizi (che non hanno un solo colore)? Se siamo servi delle nostre convinzioni e non proviamo mai a metterci nei panni altrui? Se siamo capaci solo di giudicare e mai di fare autocritica? E ancora, come si può pretendere di argomentare e di fare passi avanti sulla base di supposizioni, di illazioni?

Ed infine la domanda più importante: “cui prodest”? Sicuramente non ai più deboli, che comunque vada pagano, a prescindere dal colore della loro pelle o dalla loro provenienza.

Ora giuro che torno a scrivere di cose belle e a disegnare faccine, perché ogni volta che mi fermo a riflettere su queste cose mi sento terribilmente inadeguata e ho la chiara percezione del mio essere solo una minuscola pedina su un’immensa scacchiera, di cui non credo potrò mai scorgere l’orizzonte.

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Verità.

Qualche anno fa mi feci male in barca. Finii al pronto soccorso e ne uscii con cinque punti in testa. Alla stessa regata a cui partecipavamo noi prendeva parte anche una ragazza visibilmente incinta, ma tutti sapevano bene che non si trattava di me. Tuttavia alla fine della giornata sui pontili era sulla bocca di tutti la storia secondo la quale ero finita al pronto soccorso ed ero (evidentemente a mia insaputa) “molto” incinta… per di più di due gemelli!

All’epoca questa cosa mi aveva fatta ridere molto, ma ero rimasta colpita dalla velocità con cui la storiella era diventata verosimile nella testa di chi la commentava. Gli ingredienti c’erano tutti. C’era una ragazza incinta (sì), c’era una ragazza al pronto soccorso (sì), ma c’erano anche (e soprattutto) il sentito dire, la curiosità morbosa e quel dettaglio in più che rendeva la cosa particolarmente interessante. E infine c’era la chiacchiera.

Si tratta solo di un aneddoto, ma mi ricorda tanto le cose che leggo in giro in questi giorni. Il mio pensiero, forse poco popolare, è che le supposizioni e le bugie rimangono sempre supposizioni o bugie, anche se ci sembrano verosimili, anche se SONO verosimili, e anche se ci piace crederci perché rispecchiano il nostro modo di vedere la realtà, di percepirla.

Sinceramente non me la sento di pronunciarmi sul singolo episodio – chi legge avrà sicuramente capito a che cosa mi riferisco – ma sono rimasta comunque inquietata dall’arcobaleno di reazioni del webbe.

Viviamo nell’epoca veloce in cui tutto è nero o tutto è bianco. Chiunque provi ad infilarsi nel mezzo viene bollato con comode etichette preconfezionate. E io che per natura sto nel mezzo mi trovo davvero in difficoltà nell’esternare un pensiero come questo, perché comunque vada il rischio è che mi si attribuisca un colore in cui non mi riconosco.

Mi piacerebbe davvero tanto che riuscissimo a guardare ai fatti nella loro oggettività, sforzandoci di non applicare i nostri filtri, di non piegarli alle nostre paure, alla nostra visione del mondo. Perché sinceramente credo che nel momento stesso in cui lo facciamo diventiamo parte di quello stesso problema che in buona fede tentiamo di risolvere.

Cito nuovamente il blog Hic Rhodus, di cui non sempre condivido i post, ma che è per me un’interessante fonte di riflessione logica.

Un’amica ha raccontato, su Facebook, come un suo conoscente, da lei richiamato per avere divulgato una fake news, le abbia detto che non gli importava e che non intendeva rimuoverla, perché lui è arrabbiato, quella fake era in qualche modo plausibile, e questo era il suo modo di reagire a una politica che non gli piaceva. Il senso di questo aneddoto è tremendo; le fake, in maggioranza costruite ad arte da mestatori di professione, diventano funzionali in maniera consapevole a chi prova disagio e frustrazione e vuole protestare; spargere falsità, consapevolmente, perché si vuole male al mondo, al governo, alla casta, al destino cinico e baro che ci ha avviliti. Abbiamo superato di un balzo, in modo irreversibile, l’idea di popolo ignorante che subisce il linguaggio aggressivo e falso, e siamo approdati in una terra di popolo che utilizza consapevolmente il falso per accreditare propri valori, credenze e modi di agire. Non più: sono stato manipolato, la mia colpa è solo l’ingenua ignoranza, bensì: io manipolo, e mi faccio parte di tale manipolazione, mi compenetro di una plausibile ma distorta verità che fa comodo per giustificare il mio malessere, fornisce una cornice di senso (artefatto) alla mia reazione al mondo.

E la cosa tragica è che vale per tutti.

truth

Dell’estate e del potere di un “no”.

Sono reduce da una settimana di vacanza durante la quale l’universo ci ha graziati, regalandoci temperature piacevoli, cieli azzurri e mari stupendi.

Porto ancora con me il rumore della risacca, il soffice suono delle vele al vento, il frinire costante delle cicale in sottofondo. E ancora il profumo del mare, il sapore dei pomodori dell’orto e del basilico portato da casa, la freschezza del vino bianco sorseggiato al tramonto.

È stata una settimana rigenerante, in cui ho dormito profondamente anche durante il giorno e in cui ho avuto delle conversazioni davvero belle e profonde con degli amici che non frequentavo molto da anni e che sono felice di aver ritrovato.

szandri - vacanze

Durante la vacanza ho tentato di studiare per un esame che avrei dovuto sostenere al rientro, ma ovviamente con scarso successo. Troppe le distrazioni, troppi i momenti da vivere per pensare di stare incollata al tavolo, china su un libro. Per una volta però non mi sono eccessivamente colpevolizzata e alla fine – nonostante fossi comunque abbastanza preparata – ho deciso di rinunciare.

Ho detto no ad un esame che aspettavo da anni e che forse (forse!) mi avrebbe aperto le porte per una nuova professione. IO ho detto no. E la novità è che mi sento sollevata!

Che succede? Me lo sono chiesta seriamente, perché per me questa è un’assoluta novità. La conclusione a cui sono giunta è che invecchiando (eh sì) sto imparando a riconoscere i miei limiti e soprattutto a decidere che cosa è meglio per me.

Quindi sì, ho rinunciato all’esame e l’ho fatto perché sono davvero stanca e perché sento il bisogno di concentrarmi su quello che conta davvero, il che include certe persone. Perché ho bisogno di riprendere un progetto già iniziato e di portarlo avanti fino alla fine, senza interromperlo continuamente per portarne avanti un altro, e poi un altro, e un altro ancora.

Riflettendo mi sono resa conto che in realtà è da un po’ che sto dicendo no a certe cose, e che il processo è iniziato già parecchio tempo fa. L’esame è solo la punta di un piccolo iceberg che ha iniziato a formarsi chissà quando, chissà come, e io non me ne ero accorta.

Pare che io abbia iniziato a dire no al fare sempre tutto, a tutti i costi. Ho bisogno di scegliere su che cosa concentrare le mie energie. Non mi va più di correre a destra e a manca come una pallina da flipper, senza nemmeno ben sapere dove sto andando. E questo no include anche alcune persone, alle quali non mi va più di dar corda.

Ho cominciato a dire no anche al mandar giù ogni volta le cattiverie gratuite e le idiozie che mi propinano quotidianamente sul lavoro. Nel senso che ho cominciato a rispondere alle battute inqualificabili dei miei capi e a dire loro – più o meno gentilmente – che cosa penso.

Incredibilmente sto dicendo no alla tristezza, il che non significa che la signorina non si faccia sentire, ogni tanto, perché per una malinconica pessimista come me Madame Tristesse è un’amica fidata… ma mi rifiuto di crogiolarmici. Ci sono cose migliori da fare, cose più belle a cui pensare. Quindi sì ai pensieri positivi, agli esempi costruttivi ed alle idee nuove da perseguire. No alla residenza ai piani bassi, insomma. Ogni tanto si scende, poi però ci si volta e si risale.

E poi ho detto no al desiderio di piacere a tutti. Non ha senso, se va a finire che non piaccio a me stessa. E poi sinceramente non mi interessa più.

E la cosa veramente figa è che da quando dico qualche “no” mi piaccio molto di più. 

Questione di Ql

Piccole considerazioni che evaporano nel calore umido di inizio Luglio.

  1. Ieri sono andata in bagno e mi sono lavata le mani. Prima ancora che potessi rendermi conto della sua presenza, un moscerino che se ne stava tranquillo sul bordo del lavandino è stato centrato da uno spruzzo ed è stato trascinato nell’acqua. L’ho visto scomparire nel gorgo in una frazione di secondo. Ho pensato che purtroppo la vita è così anche per noi, a volte ce ne stiamo lì tranquilli e TAC, un attimo dopo succede qualcosa che non avevamo previsto e ciao. Per il moscerino mi è dispiaciuto, anche se era “solo un moscerino”. Più che altro mi sono detta che tutto quello che ci capita ha poco a che fare con la giustizia, molto a che fare con il culo e universalmente a che fare con l’incapacità di avere un’idea precisa di tutte le variabili che condizionano il nostro destino di esseri viventi.
  2. Siamo tutti un po’ egoisti, anche se ci piace credere il contrario. E lo siamo soprattutto quando siamo felici, perché spesso è allora che smettiamo di chiederci che cosa provano gli altri. Lo dico senza rabbia, è una mera constatazione che deriva dalla rilevazione di tutta una serie di comportamenti di persone a me care negli ultimi mesi. Il fatto che siano persone a me care, a cui voglio un gran bene e che stimo mi ha fatto capire che con ogni probabilità nessuno fa eccezione, men che meno la sottoscritta. Forse è la natura che sotto sotto ci impone di essere egoisti. Una sorta di residuo istinto di sopravvivenza, chissà.
  3. Le persone sembrano più fighe, più brave e più belle di quello che sono quando non le conosci. Solo raramente vale il contrario. Non approfondirò ulteriormente questa considerazione, che vale soprattutto per chi – come la sottoscritta – ha un’autostima a meno venticinque.

Aggiungo solo un breve sunto grafico del punto 1, esempio di filosofia grafica spiccia. Libera interpretazione, ammesso che si voglia interpretare uno scarabocchio di questo livello! Sarà il caldo a farmi delirare o i saranno tre spriz Campari assunti a stomaco vuoto qualche giorno fa e non ancora assimilati?

szandri - ql infinito

6.

Tonight I dreamt of you.

In my dream – just as it used to happen in reality when we were together – you were acting as if I didn’t really matter. I was standing quiet in the corner, begging for attention, or simply for respect, as if your behaviour was just what I deserved.

The thought which struck me when I woke up this morning is: how could I ask so much to someone who did not understand nor share my values and my dreams?

Really. How could I expect you to act differently?

I am sure we were both left with something good, in the end, but since I was the only one who truly cared I am also the one who carried a scar for long after we met for the last time.

szandri_Bergen

2009 – Watching the sun set in the fjords.

Was it worth it?

It doesn’t really matter anymore, those days are gone and you are no more than an evanescent memory.

But me, I am always the same and even today I keep asking for more than people or situations can actually give to me. I do it in my job, I do it with some friends, I do it with myself.

Now I see what you left me, though: a deeper understanding.

And now I know I don’t deserve this. After a shitty day you came visit, nerved me again with that emotionless smile and showed me that I keep doing the same mistake over and over again. No doubt it’s time to stop.

Now I see the only way not to get stuck is to move on and choose another path. To say goodbye to all that makes me frustrated and only keep the nice memories, the moments shared, the things I learnt.

It would be nice if you knew you helped me understand this somehow, but I guess that for us dreams are the safest place to meet.

“See you on the other side, further down the line!”

Non voglio più aspettare Godot.

Sinceramente otto anni fa mai e poi mai avrei pensato di arrivare a questo punto, che a volte mi sembra già un capolinea.

Un capolinea grigio, senza alcuna prospettiva, senza alcuno stimolo. E gli stimoli me li cerco, eh, li prendo con forza e li caccio nelle otto ore di grigio con tutte le mie forze. Ma quelle otto ore non sono fatte per i miei stimoli, e gli stimoli che mi cerco male si sposano con i limiti imposti dal mio lavoro. Le giornate passano e io sono sempre di corsa, corro senza una direzione precisa e alla sera il più delle volte mi sento sfiancata, demotivata.

Tre anni fa il ginecologo mi disse “È proprio ora che arrivi questo bambino, allora”. Ricordo di aver provato una strana, spaventosa (ma bellissima) sensazione di possibilità. Mi sembrava che un progetto così – oltre ad essere un desiderabile salto nel vuoto, accarezzato da tempo – potesse dare un senso a scelte altrimenti poco appaganti, ma in qualche modo scontate come le affermazioni “Non si lascia un lavoro sicuro” oppure “Ogni cosa al momento giusto”. Come se davvero esistessero sicurezze ed i momenti giusti studiati a tavolino non fossero in realtà più rari degli unicorni rosa.

Ci ho messo due anni a capire che in questo campo non è saggio fare progetti, al massimo si possono nutrire speranze. Poi ci ho messo un altro anno per capire che anche quelle tutto sommato sarebbe meglio evitarle.

Sarebbe bello poter smettere di sperare, ma come si fa?

Mi sembrava di essere a buon punto, dico la verità. Nelle ultime settimane ci ho pensato spesso, al fatto che questo desiderio forse non mi appartiene fino in fondo, che forse è un bisogno indotto, più che un sogno tutto mio. Che forse è un desiderio già vecchio, masticato dall’attesa e dalle paure accumulate nell’ultimo anno. Ma non lo so, sono sincera. Credo che in fin dei conti sia solo un discorso che mi faccio per non stare peggio di come già sto quando mi fermo un attimo a pensare e mi prende lo sconforto, il famoso “momento melodramma”.

Il fatto è che il tempo è passato talmente veloce da farmi paura, e io semplicemente non ho più voglia di sprecarlo.

Perché quando la speranza diventa attesa tutto il resto sbiadisce lentamente, rimane sullo sfondo. Il problema è che mentre noi fissiamo un punto, tutto il resto continua a scorrere.

Certo è che non ha senso aspettare qualcosa che non si sa se arriverà.

E non ha senso nemmeno prendere atto di questa verità, se poi non ci si muove, e si rimane lì, in attesa di Godot.

L’attesa è una rischiosa scommessa. Più si attende e più si è portati ad indugiare: non andrò via mica adesso, è già tanto che aspetto, dovrà pur arrivare.

Ma sai (ora so): Godot potrebbe non arrivare mai. Viene quasi da pensare che sia l’attesa stessa ad impedirgli di arrivare, o a impedire a me di riconoscerlo.

Perché alla fine chi è questo Godot? Di certo la risposta giusta non è “un figlio”, sarebbe troppo semplice e pure un po’ ingenuo pretendere di dare risposta al rebus della vita con una nuova vita.

E non è nemmeno la felicità.

Non sarò mica io?

Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow?
Gonna rise up
Burning black holes in dark memories
Gonna rise up
Turning mistakes into gold

Such is the passage of time
Too fast to fold
Suddenly swallowed by signs
Lo and behold
Gonna rise up
Find my direction magnetically
Gonna rise up
Throw down my ace in the hole