Rieccoci, Aprile…

In punta di piedi è tornata la primavera: Aprile è iniziato tra sole e pioggia e finora me la sono presa comoda: sto lavorando un po’ meno dell’anno scorso perché avverto la necessità fisica di prendermi un po’ di tempo per me nei fine settimana, fosse anche solo per oziare pigramente sul divano, o leggere un libro. In realtà poi ho oziato ben poco, a prescindere dal lavoro. E in realtà il mese che ho di fronte è pieno come un uovo, a partire da domani. Ma appunto: da domani. E oggi non ho voglia di pensarci. In genere non ho molta voglia di pensare, ma il mio cervello pensa lo stesso, se ne frega di me e produce pensieri disordinati in quantità industriale. Vorrei tanto poterli fissare, a volte, ma quelli più brillanti (almeno secondo me!) spuntano ovviamente quando sono impegnata a fare altro, e vengono velocemente rimpiazzati da altre elucubrazioni. Spazio con disinvoltura dal senso della vita alle falle nel regolamento della polizia locale, per intenderci.

szandri - mare di primavera

Tutto è illuminato, in primavera, e tutto è perciò più visibile. Il caos del traffico, di mattina, mi provoca un fastidio epidermico. Sento i peli rizzarsi sulle braccia ad ogni buca sconnessa sull’asfalto, ad ogni motorino che si infila in orizzontale tra le macchine per guadagnare qualche stupido metro nel casino dell’ora di punta, ad ogni automobile parcheggiata con nonchalance in mezzo alla strada, o di traverso, o sullo spazio riservato agli autobus. Provo frustrazione nel vedere il verde incolto che invade la carreggiata e gli ammassi di plastica accumulatisi nei giorni di bora nei rovi a bordo strada, mai rimossi da chi dovrebbe farlo. Mi dico che un giorno lo farò io, ma poi mi rendo conto che non è realistico, che già faccio fatica ad incastrare tutto quello che devo fare nelle 12 ore che ho a disposizione. Ma me lo dico comunque, che forse un giorno lo farò, perché penso che non ci si può solo lamentare e che a volte le cose vanno fatte anche se “non sono di nostra competenza” (frase pronunciata dagli addetti al verde pubblico del Comune, interpellati in merito). Perché non sarà mia competenza, ma è comunque un mio interesse, e chissà che non si scopra che è anche di altri.

Zitto zitto il tempo è passato ancora e si avvicina anche il mio personale giro di boa: un anno da quel giorno di Aprile in cui l’attesa si è interrotta, un anno che come un sacco gonfio richiude tante paure, fragilità, domande senza risposta. E sinceramente io non vedo l’ora di chiuderlo, di tirare i lacci facendo arricciare i bordi del sacco, annodarli e metterlo via. Ci sono stati diversi giri di boa in quest’ultimo anno, in realtà. Quella che doveva essere la “scadenza”, un anno dalla scoperta della gravidanza, e così via… tante piccole e tutto sommato sciocche ricorrenze personali che non si riesce ad ignorare e che contemporaneamente si desidera far scivolare via, perché il tempo lava via il dolore e annacqua i ricordi spiacevoli, per ridicoli che siano agli occhi degli altri. Quasi quasi si finisce col dimenticare. Eppure una punta di malessere rimane, un principio di nausea che si arresta alla bocca dello stomaco, forse perché lo scorrere così veloce del tempo fa anche un po’ paura. E allora si dimentica, forse sì, ma non si scorda. Si guarda all’accaduto con occhi diversi.

Pasqua è stata una parentesi bellissima. Due giornate piene non solo di cibo, ma anche e soprattutto di amici, di amore, di momenti condivisi in mezzo alla natura in fiore, lontani dal piatto e usuale tran tran delle settimane lavorative. Giornate così mi fanno davvero riflettere sull’annosa domanda “ma che cosa sto facendo?”. Della mia vita, intendo. Soprattutto lavorativamente parlando. Mi rendo conto che queste giornate sono più utili all’umanità di quanto non siano quelle spese in ufficio, che in fin dei conti non servono a niente e a nessuno, se non a far girare un po’ questa folle economia e a darmi uno stipendio a fine mese (che ahimè non è poca cosa). E allora mi chiedo: ma che cosa potrei fare? Che cosa desidero davvero?

Penso spesso a questa cosa e nella mia testa i pensieri sembrano avere un ordine e una logica, ma quando poi provo a metterli per iscritto perdo facilmente il filo del discorso: è come se avvertissi una palese dissonanza tra il mondo esterno e quello interno, ma non riuscissi a metterla a fuoco. E allora mi chiedo se il tempo aiuterà a dare un senso a tutte queste elucubrazioni, a indirizzarle verso qualcosa di concreto, o se scivolerà via veloce come ha fatto negli ultimi anni e mi ritroverò come il criceto nella ruota, a girare su me stessa, illudendomi di aver fatto tanta strada.

Per ora mi godo la primavera. La pioggia leggera, l’aria tiepida, il rumore delle onde che si arrotolano sui ciottoli nella riserva marina di Miramare, il profumo delle violette, il tepore umido del muschio al sole. Tutte cose piccole, minuscole, eppure così belle da riempire totalmente il momento che dedico a loro. E quando sento, fosse anche per un solo minuto, io magicamente non penso.

szandri - muschio

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Flash

Che fatica far uscire le parole. Eppure ho mentalmente annotato tanti spunti di scrittura in queste ultime settimane…

Sono stati giorni pieni di cose, pieni di vita. Le settimane passano veloci, ma se provo a spezzettare il tempo e a fare la conta delle cose fatte sembrano anni, da tanto sono dense. Poi però passano anche gli anni, quelli veri, e quando mi fermo e ci ripenso mi sembrano settimane. Macché, giorni. Lo sguardo scivola in superficie, come su ghiaccio uniforme, e pare davvero siano volati senza far rumore. Com’è possibile?

Mi sa che il tempo è reale e misurabile solo quando si tratta di contare le rughe sul viso, tutto il resto scorre ad un ritmo che ha poco o nulla a che fare con il ticchettìo dell’orologio.

Ho dei flash sparsi di queste ultime giornate disordinate. Flash in movimento.

Uno dei flash è quello dell’autovelox che senza ombra di dubbio mi ha immortalata mentre sfrecciavo attraverso uno dei paesini della pedemontana pordenonese alla folle velocità di 45 km/h, quando il limite (e non me ne ero resa conto, ovviamente) era a 30. Temo ce ne fossero altri, di autovelox, ma a questo punto preferisco attendere le multe senza sapere quante saranno…

szandri - autovelox

Poi c’è una galleria lunga, sembra non finire mai. C’è poca luce, è sera. Sono sola su una strada di montagna, sono stanca. Ma sono anche molto felice.

Ed eccomi di nuovo per strada, sono le otto del mattino di un sabato grigio e tra una galleria e l’altra vedo profonde gole di roccia avvolgere la strada, che corre come un serpente tra le gole della Valcellina. Dopo l’ultima galleria, davanti agli occhi mi si para uno specchio d’acqua color turchese che sembra quasi finto, da tanto è acceso. Mi fermo, faccio due passi, sento delle seghe ronzare sul lungolago mentre un cormorano spalanca le ali, in bilico su una boa a poca distanza dalla sponda. Tagliano la legna. Con la neve sui monti tutt’attorno sembra ancora pieno inverno.

szandri - turquoise

Più tardi c’è un nuovo ponte davanti a me, un ponte lungo, sospeso su quella che sembra una voragine. Non posso guardare con attenzione perché sto guidando, ma il salto è notevole e stringo meglio il volante. Alla mia destra si apre l’immensa distesa di ghiaia dei magredi. Non riesco a non dare almeno un’occhiata di sbièco a quel panorama unico, quasi lunare, intervallato qui e lì, più a valle, dalle scie color anice che ho già fotografato tante volte.

szandri - terre magre

E siamo ancora in macchina, ieri sera: sopra di noi la neve vortica selvaggiamente, agitata dalla bora scura di questo Marzo scostante. La guardo danzare, illuminata ad intermittenza dai lampioni. Ho sonno, l’automobile ronza, non vedo l’ora di essere a casa.

Stamattina sono in fila nel traffico, infine. Si torna al lavoro, quello che permette di pagare le bollette. La radio è accesa, ma non so di che cosa stiano parlando i conduttori di RMC, non sto veramente ascoltando. Alzo gli occhi al cielo, oltre il tettuccio trasparente dell’auto, e vedo un gabbiano seguire la nostra stessa strada. Vola parallelo a noi. Come in un filmato in bianco e nero lo guardo procedere, incorniciato dal cristallo, tenendo testa alle raffiche. Si muove rigido come in un videogioco, tra i fiocchi di neve portati dal vento.

Non è curioso che di queste giornate io ricordi soprattutto gli spostamenti, a prescindere dalle destinazioni?

Mi sa che anche nella vita è così. E a seconda del punto di vista da cui ci guardiamo alle spalle il tempo si dilata o si contrae, creando illusioni prospettiche, confortevoli o inquietanti dimensioni interiori.

La vita parallela.

Nei fine settimana mi sembra sempre di vivere una vita parallela.

Tra ieri e oggi ho cucinato cose nuove, ho letto, ho dormicchiato, sono andata a camminare, ho seguito una visita guidata che mi ha ispirata moltissimo, ho passato del tempo con le persone che amo, mi sono ritagliata un piccolo spazio tutto per me.

Ci sono talmente tante cose che vorrei fare che non so nemmeno come decidere a che cosa rinunciare. Se è per questo, in genere non so bene neanche come iniziare, una volta deciso che cosa fare.

Vorrei imparare. Tanto, tutto. Stamattina dopo due ore di visita guidata ho realizzato che non riuscirò mai ad essere sufficientemente preparata da sentirmi sazia, o semplicemente da pensare di aver capito davvero qualcosa.

Nel pomeriggio sono andata a fare una passeggiata in una zona periferica della città e sotto il cielo aranciato d’inverno ho pensato che quando si è circondati da sporcizia e bruttura si finisce con l’abituarcisi. E io non voglio che mi accada.

Vorrei avere il tempo e le energie per tagliare le erbacce che invadono i marciapiedi, per ripulire i rovi in cui si annidano tonnellate di plastica e immondizie portate dal vento o scaricate dall’uomo, per restituire bellezza e dignità a luoghi ed alle persone che hanno dimenticato di averne diritto (e perché no, forse anche dovere).

Ho camminato guardando il sole fucsia immergersi lentamente nel mare, illuminando pigramente le facciate fredde delle case. E ho pensato che vorrei darmi più spesso il tempo di assaporare la poesia che palpita anche in qualcosa di apparentemente insignificante come un giorno di Febbraio che si spegne, accompagnato dai profumi timidi della natura che attende primavera.

In cucina sto sperimentando cosa nuove. Qualcuno mi prende bonariamente in giro per la piega che ha preso la mia alimentazione, ma io sono contenta così e (stranamente) per una volta non sento il bisogno di convincere altre persone per legittimare le mie scelte. Ho scoperto che si può fare molto con poco e vorrei riuscire a ritagliarmi più tempo per approfondire questo aspetto della vita, non sottovalutabile dal momento che “siamo quello che mangiamo” (e trovo sia proprio vero) e che attorno al cibo ruota un tipo di convivialità a cui non saprei proprio rinunciare.

Ormai il sole è calato, ma oggi è stata una giornata molto bella, fredda e soleggiata, piena di colori, sorrisi e coriandoli di Carnevale che danzavano nel vento.

Mi chiedo com’è possibile che spesso ci si riduca a sprecare una vita potenzialmente così ricca fissando apatici uno schermo, litigando sui social, muovendosi come automi anestetizzati in un mondo che alla lunga si finisce con il percepire solo in superficie, o di riflesso.

Da domani proverò a portare con me nel mio piccolo spazio al neon almeno un pizzico dell’energia che questa vita parallela mi regala. Ci riuscirò? Chissà.

Ricordo d’inverno.

Il primo post dell’anno.

3 Cime

Curioso che la spinta a scrivere provenga da un accadimento triste, di cui però sono venuta a conoscenza solo oggi, a distanza di un anno e mezzo.

Stamattina qualcuno ha nominato un luogo, e il nome del luogo mi ha fatto tornare in mente una persona: il primo uomo – credo – per cui si può dire io mi sia presa una signora cotta. L’ho cercato online, curiosa di scoprire se il tempo l’aveva cambiato… e ho scoperto che non c’è più. Se l’è portato via la montagna, quella stessa montagna a cui l’ho sempre associato.

Di lui ricordo il sorriso ampio, gli occhi luccicanti, la pelle bruciata dal sole e quel “Sandrina” detto con una tale tenerezza da rincretinirmi subito. Avrò avuto tredici anni, lui era il mio maestro di snowboard. E ovviamente tra noi non c’è mai stato niente.

Curioso come certe persone ti restino dentro. A volte basta un sorriso, non serve molto di più. Dopo anni magari ti scopri a pensare a quel sorriso ed ecco che dentro ti si risveglia un mondo intero: frammenti di immagini, profumi, smorfie, fotogrammi.

Quanto di noi lasciamo a chi ci incontra?

Mi ha rattristata moltissimo scoprire che A. non c’è più. Non sapeva e non saprà mai purtroppo che c’era chi fuggevolmente lo pensava, con tenerezza, guardando le Tre Cime di Lavaredo o percorrendo l’ultima pista di sera, con la luce rosa dietro ai monti e l’aria fredda sul viso.

So poco o nulla della vita di quest’uomo, eppure credo che il suo ricordo lo custodirò sempre come il regalo di qualcuno che è stato gentile con me. E anche se questo pensiero non consola, io credo che sia una cosa bellissima.

Se solo sapessimo che a volte basta così poco per entrare nel cuore delle persone…

Novembre

Novembre, le giornate si sono accorciate di brutto.

Sono a casa con una tonsillite che fino a ieri sera mi faceva sentire male anche solo all’idea di deglutire dell’acqua. Oggi per fortuna va meglio e mi sto quasi godendo la reclusione forzata, dal momento che fuori il tempo è grigio e umido e non viene affatto voglia di mettere il naso fuori dalla porta. Persino il cane ha passato la giornata a stiracchiarsi sul cuscino.

Non so per quale motivo ultimamente non ho più tanta voglia di scrivere. Nel corso di quest’anno sono successe tante cose e la mia fidata amica Ansia è tornata a farmi compagnia, ma in veste diversa. Niente attacchi di panico (almeno per il momento, e francamente spero che non si ripresentino), in compenso però mi accompagna quasi sempre un’inquietudine sottile, il timore che di incappare in un altro scoglio non appena mi rilasso. Perchè il problema non sono tanto i singoli scogli, bensì la loro somma. Anche la tonsillite, che non mi faceva visita da circa nove anni, sembra suggerirmi che ho le difese veramente a terra.

Mi sento un po’ fragile, ecco. Forse però è anche il momento di smetterla di avere paura di tutto. Che senso ha trattenere il respiro, vivere a metà? Non ha senso, mi dico. Sto cercando di convincere anche i muscoli del mio corpo, ma a giudicare dalla loro tensione ci vorrà un bel po’. L’importante – per ora – è cominciare.

Quindi sto approfittando di queste giornate a casa per coccolarmi un po’.

Ho preso un sacco di libri negli ultimi mesi. C’è una libreria che mi piace tanto, qui a Trieste. Quando ho un po’ di tempo amo andarci e perdermi tra titoli e quarte di copertina. Negli anni ho scoperto casualmente libri bellissimi, che magari ho scelto leggendo solo poche righe e che poi si sono rivelati veri amplificatori del mio mondo interiore. È proprio vero che leggere è viaggiare, vivere, sentire senza muoversi. Forse anche per questo scrivo di meno, adesso. Preferisco leggere le parole altrui, e lasciarmi sviare così.

Ho ripreso ad ascoltare musica, ma solo la musica che mi piace, che mi fa stare bene. Ho recuperato il mio lettore mp3 con la ferma intenzione di dare nuovamente una colonna sonora al tempo che vivo, come facevo da adolescente. Oggi pomeriggio in radio hanno passato una canzone che mi ha riportata in Svezia con un’intensità tale da rievocare prepotentemente persino gli odori del mio inverno a Sickla Udde. In futuro vorrei poter ricordare questo periodo con note diverse da quelle monotone dell’ufficio in cui vivo gran parte della settimana.

Mi sono presa un po’ cura di me. Niente di peggio – quando già non si è al top – di guardarsi allo specchio e vedersi pure sciatti e trascurati.

Sto evitando le notizie brutte di cui sono zeppi i giornali. Cerco le piccole cose belle che si nascondono in tutto ciò che diamo per scontato.

Non so ancora che cosa farò di questo blog. Forse lo cambierò un po’, forse no… forse sto cambiando io, ma in quale direzione? Ancora non lo so.

Pippa che ti passa

Alert: Pensieri in ordine sparso, senza capo né coda.

Fuori la bora scura soffia forte. Stamattina quando sono uscita di casa faceva davvero molto freddo, in macchina ho attivato il riscaldamento e mentre aspettavo che il motore si scaldasse mi sono resa conto che le gocce di pioggia sul finestrino erano dense, quasi solide… quasi neve!

So che non attaccherà, difficilmente vedrò il giardino imbiancato oggi, però mi sono scoperta comunque a sorridere. Ogni volta che vedo i fiocchi di neve mi sembra di tornare bambina. Peccato che non capiti più così spesso.

L’altro giorno in una stanza d’ospedale ho sentito anche una signora anziana tornare bambina. Si lamentava per il dolore provocatole da una piaga: urla soffocate, parole indistinte, la voce stanca. Poi ad un certo punto l’ho sentita urlare “mamma”. Più volte, non ho dubbi, quella signora di 94 anni ha chiamato la sua mamma.

Mi chiedo come si faccia a gestire la sofferenza negli ospedali. Come fanno le persone che ci lavorano quotidianamente a non farsi travolgere dal carico emotivo che un lavoro a tu per tu con la paura, il dolore e la sofferenza comporta? Come fanno a mantenere la lucidità necessaria,a prendere decisioni, a non stare male a loro volta?

Il pensiero che ci sia chi dedica la propria vita alla CURA degli altri (cura in senso lato) compensa in parte la stanchezza che mi pervade quando guardo il mondo e vedo ciò che è diventato, teatro di passaggi effimeri, spesso non coscienti, di crudeltà taciute e di mute sofferenze.

Forse ci accorgiamo degli altri e del loro valore solo nel momento in cui siamo noi ad averne bisogno.

Vorrei non fosse così.

In questi giorni mi sto facendo un sacco di pippe mentali, più del solito, eppure a momenti mi sorprendo a formulare pensieri lugubri con una certa serenità. Per esempio mi capita di pensare che la morte, se accettata, potrebbe fare meno paura. L’unica cosa che fa veramente paura, della morte, è in fondo la sofferenza di chi resta. Quando mi è capitato di stare male la mia unica vera preoccupazione, al di là del cuore a mille, era che le persone che amo sapessero che le amo.

E questo mi fa pensare che alla fine di tutto l’unica cosa che conta è veramente l’amore. Banalità.

Con tutte le pippe mentali che mi faccio quotidianamente mi sembra impossibile che da un momento all’altro una persona possa non esistere più. Non ha veramente senso! Come fa un universo a scomparire nel giro di pochi secondi? Dove finisce tutta l’energia? Evapora? Si trasforma? Come mi piacerebbe avere risposte. Ma forse è meglio non averne. In fin dei conti, la risposta potrebbe anche essere che nulla ha senso. Probabilmente è così.

Però mi piace pensare che: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy.”

Fuori il vento continua a ululare. Vorrei andare a vedere il mare graffiato dalla bora, adesso, e lasciare che le raffiche soffino via i pensieri superflui. Invece mi tocca rimanere qui dentro, in questa bolla color neon, immersa nel fastidioso tepore elettronico dei computer. Ho la musica che mi salva, a tratti, dai lamenti intermittenti di chi non conosce il valore sacro del silenzio.