A proposito di questi giorni.

Qualche volta metto il naso fuori dalla caverna in cui sono rinchiusa. Poi torno dentro.

szandri-complessità
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Ci sono serate come quella di ieri in cui torni a casa a mezzanotte e vorresti solo stenderti sull’erba e fissare il cielo.

Ti domandi quand’è esattamente che sei diventata invisibile a gran parte delle tue amiche. Non sai darti una risposta, così come non sei sicura che la domanda sia giusta.

Sai però che ieri sera solo una delle tre ti ha chiesto come stavi, mentre le altre si sono limitate a parlare di se stesse, senza nemmeno chiedersi se tutto quel parlare poteva in qualche modo ferirti.

Ieri sera hai capito quanto poco gli altri sanno di te, anche se lo sapevi già da tempo. Quello che non sai è se dipende da te, dal fatto che non ami farti protagonista, o se piuttosto dipende dalla tendenza che hanno molte persone a porsi al centro dell’universo, dimenticandosi di chi hanno di fronte. O se ancora dipende dalle vite isteriche che conduciamo un po’ tutti, senza mai tempo per null’altro (tranne che per guardare il cellulare, per quello il tempo c’è sempre).

Non lo pensi né dici con cattiveria, anzi. Lo pensi con distacco, allo stesso modo in cui ieri hai accolto con distacco delle parole che solo qualche mese fa ti avrebbero fatta infuriare.

Le cose ti scivolano addosso e non sapresti dire – ora come ora – se questo sia un bene o un male.

La cosa positiva è che non importa, in fin dei conti. Che quando vai a dormire e ti raggomitoli accanto alla persona che ami dentro senti il mare mosso che si acquieta, e tutto il resto conta meno di zero.

Temporale

Il cielo tuona. Il borbottìo che prima avvertivo solo in lontananza ora si sente bene, ed improvvisamente avrei bisogno di accendere la luce per lavorare, ma sono in pausa, mi sono appena fatta un caffè e quindi rimango così, nel grigiore obliquo disegnato a terra dalle finestre che danno sul cortile. Sono aperte, fuori si sentono ancora gli uccellini cinguettare.

Mi piacciono i momenti che precedono un temporale (soprattutto se sono al coperto!): si sente l’aria umida che avanza ed è come se tutto si preparasse allo scroscio. Persino l’edera sul muro qui di fronte sembra aspettare.

L’aria del temporale porta con sé ricordi lontani che vibrano come tante piccole foglie. Ricordi di tanti altri temporali, in tanti momenti del passato, ed improvvisamente mi rendo conto che il passato si è allungato di brutto dietro di me. Forse non è solo il temporale, è che stamattina ho letto che VENTI ANNI FA usciva Acida dei Prozac+, e all’epoca io ero già in grado di capire il significato della canzone!

Quand’è esattamente che ho capito di poter dire “vent’anni fa” parlando dei miei ricordi? Forse solo oggi l’ho capito davvero. Nel senso che ho capito la portata dei vent’anni: non c’è da stupirsi se ho ricordi di tanti temporali in tanti luoghi diversi, accompagnati da odori diversi, persone diverse, emozioni diverse.

Non è tanto male crescere, se sei così fortunato da avere un sacco di bei ricordi che vengono a farti visita da tutto il mondo, anche con la pioggia.

Post maggiolino

L’arroganza di certi personaggi mi ha fatto spuntare diversi capelli bianchi ultimamente. Ma perché tante persone fanno male il proprio lavoro? Perché è così difficile capire che farlo bene porta soddisfazione, si trattasse anche solo di pulire un gabinetto (cosa che peraltro io ho fatto in diverse occasioni, e per lavoro eh)? Se l’interazione con una tazza di ceramica deturpata da 8 ore di utilizzo può dare soddisfazione (ve lo assicuro) non è forse ovvio che l’interazione con altri esseri umani può darne molta di più? Evidentemente no. Evidentemente no. (Me lo ripeto a mezza voce scuotendo leggermente la testa)

Ogni mattina mi calo da casa mia al lavoro e puntualmente mi ritrovo incolonnata in fila lungo la discesa che dal rione di San Luigi porta in centro. E puntualmente la fila si blocca perché ad un certo punto la strada si restringe e se c’è un autobus che deve passare è necessario che qualcuno lo lasci passare, altrimenti si blocca tutto. Serve che lo dica? Non si ferma quasi nessuno. Chissà che cos’è che scatta nella testa di tante persone e che le fa agire in modo così irragionevole. Presumo lo stesso meccanismo che porta molti miei conoscenti a parcheggiare sulla fermata dell’autobus davanti al supermercato, invece di usare il parcheggio che – udite udite! – si trova a circa cinquanta metri dall’ingresso. Eh vabbeh. Avrei tanti altri esempi da fare, ma mi fermo qui per non deprimermi.

Il fatto è che a furia di incazzarsi uno smette di incazzarsi. Subentra una sorta di cupa rassegnazione, e sinceramente sospetto che ne siano afflitte molte di quelle persone che alla fine scelgono di comportarsi a loro volta così, di uniformarsi cioè alla massa informe inserendo un pilota automatico che li guida come se gli altri non esistessero. Ma il problema è che gli altri esistono, eccome!

Va da sé che io non riesco a rassegnarmi. Però dovrò trovare un modo per incanalare costruttivamente le mie incazzature, se non altro per preservare la mia salute mentale.

Intanto sono stata qualche giorno a Firenze. A dirla tutta è stata proprio una fuga: due giorni scavati a fatica tra un impegno l’altro. Stavolta però neanche le orde di turisti sono riuscite a mettermi di malumore.

szandri - Firenze è verde

Firenze è semplicemente stupenda. Non so neanche quante volte mi sono commossa, semplicemente guardandomi attorno. Viviamo in un paese meraviglioso. Ce lo meritiamo? Non lo so.

szandri - Firenze è colori

Il primo Maggio invece ho lavorato in una splendida villa del Seicento, circondata da colli e vigne ed immersa nei cinguettii degli uccellini. Più avanti forse riuscirò a prendermi il tempo per descrivere l’odore delle sue stanze fuori dal tempo, il rumore dei miei passi sul pavimento in cotto, il tintinnìo delle stoviglie nella vecchia cucina, il pozzo in pietra sormontato da ghirigori di ferro battuto. Una giornata così basta a riempire intere settimane di piatta vita d’ufficio. Eppure è sempre lavoro. Curioso, no?

szandri - primo Maggio

E finalmente ieri sera è arrivata la pioggia. Era da tanto tempo che non ero così contenta di sentire un temporale! Mi sono accoccolata sul divano e mi sono goduta tuoni, fulmini e scrosci. Questa mattina il caldo anomalo dei giorni scorsi ha lasciato spazio almeno per qualche ora ad una primavera tiepida e profumata. ADORO! Non durerà, ma io mi ci attacco con tutta me stessa, in barba alle lagne di chi invece era “così contento!” dell’estate anticipata. (Lascio il commento relegato ad una parentesi: ma è una mia impressione o il cambiamento climatico oltre a stravolgere il meteo ha anche sciroppato diversi cervelli?)

Le settimane passano e le giornate si susseguono tutte piene, a volte tutte uguali, a volte sorprendentemente diverse. Nonostante le incazzature, la stanchezza e gli impegni ultimamente mi sembra di essere più presente a ciò che vivo. Sono più contenta. Sarà la primavera, non lo so, o sarà che a distanza di un anno mi sembra – forse per la prima volta in vita mia – di riuscire a vedere davvero quanto sono cresciuta.

Rieccoci, Aprile…

In punta di piedi è tornata la primavera: Aprile è iniziato tra sole e pioggia e finora me la sono presa comoda: sto lavorando un po’ meno dell’anno scorso perché avverto la necessità fisica di prendermi un po’ di tempo per me nei fine settimana, fosse anche solo per oziare pigramente sul divano, o leggere un libro. In realtà poi ho oziato ben poco, a prescindere dal lavoro. E in realtà il mese che ho di fronte è pieno come un uovo, a partire da domani. Ma appunto: da domani. E oggi non ho voglia di pensarci. In genere non ho molta voglia di pensare, ma il mio cervello pensa lo stesso, se ne frega di me e produce pensieri disordinati in quantità industriale. Vorrei tanto poterli fissare, a volte, ma quelli più brillanti (almeno secondo me!) spuntano ovviamente quando sono impegnata a fare altro, e vengono velocemente rimpiazzati da altre elucubrazioni. Spazio con disinvoltura dal senso della vita alle falle nel regolamento della polizia locale, per intenderci.

szandri - mare di primavera

Tutto è illuminato, in primavera, e tutto è perciò più visibile. Il caos del traffico, di mattina, mi provoca un fastidio epidermico. Sento i peli rizzarsi sulle braccia ad ogni buca sconnessa sull’asfalto, ad ogni motorino che si infila in orizzontale tra le macchine per guadagnare qualche stupido metro nel casino dell’ora di punta, ad ogni automobile parcheggiata con nonchalance in mezzo alla strada, o di traverso, o sullo spazio riservato agli autobus. Provo frustrazione nel vedere il verde incolto che invade la carreggiata e gli ammassi di plastica accumulatisi nei giorni di bora nei rovi a bordo strada, mai rimossi da chi dovrebbe farlo. Mi dico che un giorno lo farò io, ma poi mi rendo conto che non è realistico, che già faccio fatica ad incastrare tutto quello che devo fare nelle 12 ore che ho a disposizione. Ma me lo dico comunque, che forse un giorno lo farò, perché penso che non ci si può solo lamentare e che a volte le cose vanno fatte anche se “non sono di nostra competenza” (frase pronunciata dagli addetti al verde pubblico del Comune, interpellati in merito). Perché non sarà mia competenza, ma è comunque un mio interesse, e chissà che non si scopra che è anche di altri.

Zitto zitto il tempo è passato ancora e si avvicina anche il mio personale giro di boa: un anno da quel giorno di Aprile in cui l’attesa si è interrotta, un anno che come un sacco gonfio richiude tante paure, fragilità, domande senza risposta. E sinceramente io non vedo l’ora di chiuderlo, di tirare i lacci facendo arricciare i bordi del sacco, annodarli e metterlo via. Ci sono stati diversi giri di boa in quest’ultimo anno, in realtà. Quella che doveva essere la “scadenza”, un anno dalla scoperta della gravidanza, e così via… tante piccole e tutto sommato sciocche ricorrenze personali che non si riesce ad ignorare e che contemporaneamente si desidera far scivolare via, perché il tempo lava via il dolore e annacqua i ricordi spiacevoli, per ridicoli che siano agli occhi degli altri. Quasi quasi si finisce col dimenticare. Eppure una punta di malessere rimane, un principio di nausea che si arresta alla bocca dello stomaco, forse perché lo scorrere così veloce del tempo fa anche un po’ paura. E allora si dimentica, forse sì, ma non si scorda. Si guarda all’accaduto con occhi diversi.

Pasqua è stata una parentesi bellissima. Due giornate piene non solo di cibo, ma anche e soprattutto di amici, di amore, di momenti condivisi in mezzo alla natura in fiore, lontani dal piatto e usuale tran tran delle settimane lavorative. Giornate così mi fanno davvero riflettere sull’annosa domanda “ma che cosa sto facendo?”. Della mia vita, intendo. Soprattutto lavorativamente parlando. Mi rendo conto che queste giornate sono più utili all’umanità di quanto non siano quelle spese in ufficio, che in fin dei conti non servono a niente e a nessuno, se non a far girare un po’ questa folle economia e a darmi uno stipendio a fine mese (che ahimè non è poca cosa). E allora mi chiedo: ma che cosa potrei fare? Che cosa desidero davvero?

Penso spesso a questa cosa e nella mia testa i pensieri sembrano avere un ordine e una logica, ma quando poi provo a metterli per iscritto perdo facilmente il filo del discorso: è come se avvertissi una palese dissonanza tra il mondo esterno e quello interno, ma non riuscissi a metterla a fuoco. E allora mi chiedo se il tempo aiuterà a dare un senso a tutte queste elucubrazioni, a indirizzarle verso qualcosa di concreto, o se scivolerà via veloce come ha fatto negli ultimi anni e mi ritroverò come il criceto nella ruota, a girare su me stessa, illudendomi di aver fatto tanta strada.

Per ora mi godo la primavera. La pioggia leggera, l’aria tiepida, il rumore delle onde che si arrotolano sui ciottoli nella riserva marina di Miramare, il profumo delle violette, il tepore umido del muschio al sole. Tutte cose piccole, minuscole, eppure così belle da riempire totalmente il momento che dedico a loro. E quando sento, fosse anche per un solo minuto, io magicamente non penso.

szandri - muschio

Flash

Che fatica far uscire le parole. Eppure ho mentalmente annotato tanti spunti di scrittura in queste ultime settimane…

Sono stati giorni pieni di cose, pieni di vita. Le settimane passano veloci, ma se provo a spezzettare il tempo e a fare la conta delle cose fatte sembrano anni, da tanto sono dense. Poi però passano anche gli anni, quelli veri, e quando mi fermo e ci ripenso mi sembrano settimane. Macché, giorni. Lo sguardo scivola in superficie, come su ghiaccio uniforme, e pare davvero siano volati senza far rumore. Com’è possibile?

Mi sa che il tempo è reale e misurabile solo quando si tratta di contare le rughe sul viso, tutto il resto scorre ad un ritmo che ha poco o nulla a che fare con il ticchettìo dell’orologio.

Ho dei flash sparsi di queste ultime giornate disordinate. Flash in movimento.

Uno dei flash è quello dell’autovelox che senza ombra di dubbio mi ha immortalata mentre sfrecciavo attraverso uno dei paesini della pedemontana pordenonese alla folle velocità di 45 km/h, quando il limite (e non me ne ero resa conto, ovviamente) era a 30. Temo ce ne fossero altri, di autovelox, ma a questo punto preferisco attendere le multe senza sapere quante saranno…

szandri - autovelox

Poi c’è una galleria lunga, sembra non finire mai. C’è poca luce, è sera. Sono sola su una strada di montagna, sono stanca. Ma sono anche molto felice.

Ed eccomi di nuovo per strada, sono le otto del mattino di un sabato grigio e tra una galleria e l’altra vedo profonde gole di roccia avvolgere la strada, che corre come un serpente tra le gole della Valcellina. Dopo l’ultima galleria, davanti agli occhi mi si para uno specchio d’acqua color turchese che sembra quasi finto, da tanto è acceso. Mi fermo, faccio due passi, sento delle seghe ronzare sul lungolago mentre un cormorano spalanca le ali, in bilico su una boa a poca distanza dalla sponda. Tagliano la legna. Con la neve sui monti tutt’attorno sembra ancora pieno inverno.

szandri - turquoise

Più tardi c’è un nuovo ponte davanti a me, un ponte lungo, sospeso su quella che sembra una voragine. Non posso guardare con attenzione perché sto guidando, ma il salto è notevole e stringo meglio il volante. Alla mia destra si apre l’immensa distesa di ghiaia dei magredi. Non riesco a non dare almeno un’occhiata di sbièco a quel panorama unico, quasi lunare, intervallato qui e lì, più a valle, dalle scie color anice che ho già fotografato tante volte.

szandri - terre magre

E siamo ancora in macchina, ieri sera: sopra di noi la neve vortica selvaggiamente, agitata dalla bora scura di questo Marzo scostante. La guardo danzare, illuminata ad intermittenza dai lampioni. Ho sonno, l’automobile ronza, non vedo l’ora di essere a casa.

Stamattina sono in fila nel traffico, infine. Si torna al lavoro, quello che permette di pagare le bollette. La radio è accesa, ma non so di che cosa stiano parlando i conduttori di RMC, non sto veramente ascoltando. Alzo gli occhi al cielo, oltre il tettuccio trasparente dell’auto, e vedo un gabbiano seguire la nostra stessa strada. Vola parallelo a noi. Come in un filmato in bianco e nero lo guardo procedere, incorniciato dal cristallo, tenendo testa alle raffiche. Si muove rigido come in un videogioco, tra i fiocchi di neve portati dal vento.

Non è curioso che di queste giornate io ricordi soprattutto gli spostamenti, a prescindere dalle destinazioni?

Mi sa che anche nella vita è così. E a seconda del punto di vista da cui ci guardiamo alle spalle il tempo si dilata o si contrae, creando illusioni prospettiche, confortevoli o inquietanti dimensioni interiori.

La vita parallela.

Nei fine settimana mi sembra sempre di vivere una vita parallela.

Tra ieri e oggi ho cucinato cose nuove, ho letto, ho dormicchiato, sono andata a camminare, ho seguito una visita guidata che mi ha ispirata moltissimo, ho passato del tempo con le persone che amo, mi sono ritagliata un piccolo spazio tutto per me.

Ci sono talmente tante cose che vorrei fare che non so nemmeno come decidere a che cosa rinunciare. Se è per questo, in genere non so bene neanche come iniziare, una volta deciso che cosa fare.

Vorrei imparare. Tanto, tutto. Stamattina dopo due ore di visita guidata ho realizzato che non riuscirò mai ad essere sufficientemente preparata da sentirmi sazia, o semplicemente da pensare di aver capito davvero qualcosa.

Nel pomeriggio sono andata a fare una passeggiata in una zona periferica della città e sotto il cielo aranciato d’inverno ho pensato che quando si è circondati da sporcizia e bruttura si finisce con l’abituarcisi. E io non voglio che mi accada.

Vorrei avere il tempo e le energie per tagliare le erbacce che invadono i marciapiedi, per ripulire i rovi in cui si annidano tonnellate di plastica e immondizie portate dal vento o scaricate dall’uomo, per restituire bellezza e dignità a luoghi ed alle persone che hanno dimenticato di averne diritto (e perché no, forse anche dovere).

Ho camminato guardando il sole fucsia immergersi lentamente nel mare, illuminando pigramente le facciate fredde delle case. E ho pensato che vorrei darmi più spesso il tempo di assaporare la poesia che palpita anche in qualcosa di apparentemente insignificante come un giorno di Febbraio che si spegne, accompagnato dai profumi timidi della natura che attende primavera.

In cucina sto sperimentando cosa nuove. Qualcuno mi prende bonariamente in giro per la piega che ha preso la mia alimentazione, ma io sono contenta così e (stranamente) per una volta non sento il bisogno di convincere altre persone per legittimare le mie scelte. Ho scoperto che si può fare molto con poco e vorrei riuscire a ritagliarmi più tempo per approfondire questo aspetto della vita, non sottovalutabile dal momento che “siamo quello che mangiamo” (e trovo sia proprio vero) e che attorno al cibo ruota un tipo di convivialità a cui non saprei proprio rinunciare.

Ormai il sole è calato, ma oggi è stata una giornata molto bella, fredda e soleggiata, piena di colori, sorrisi e coriandoli di Carnevale che danzavano nel vento.

Mi chiedo com’è possibile che spesso ci si riduca a sprecare una vita potenzialmente così ricca fissando apatici uno schermo, litigando sui social, muovendosi come automi anestetizzati in un mondo che alla lunga si finisce con il percepire solo in superficie, o di riflesso.

Da domani proverò a portare con me nel mio piccolo spazio al neon almeno un pizzico dell’energia che questa vita parallela mi regala. Ci riuscirò? Chissà.