Tempo.

Anche nei luoghi senza tempo prima o poi il tempo arriva.

Saranno le giornate passate tra la seggiola ed il divano, contando le ore che ci separano dalla prossima poppata. Sarà che il guardare la tua testolina bionda, appoggiata sulla mia mano, mi fa provare una paura nuova, prima sconosciuta. Sarà che sono figlia, ma ora sono anche madre e quello che conta sei tu, sopra tutto. Che una volta qui la mattina c’era la brina gelata ed ora invece il termometro segna 20 gradi anche alle sette del mattino.

Non lo so da che cosa dipende, ma il tempo è arrivato anche qui, dove pensavo non sarebbe mai giunto. Colora i pomeriggi di un verde diverso, meno brillante, meno promettente sotto il sole di Agosto. Corre veloce, fagocita le giornate e le fa sembrare minuscole parentesi di qualcosa di più grande. Una volta invece ogni giornata era una storia a sé, un capitolo importante. Le passavo annoiandomi, leggendo, fantasticando su vite alternative fatte di dolci dolomitici e vestiti con la stoffa tappezzata di minuscole stelle alpine.

Ieri sera ci siamo raccolti tutti attorno al computer e abbiamo guardato insieme i filmini girati negli anni 50 dal nonno che non ho mai conosciuto. Ho rivisto la bisnonna, la nonna, ho visto la mamma appena nata. Grande come mia figlia. Per fortuna era buio perché mi è scesa una lacrimuccia e se mi avessero presa in giro sarei scoppiata direttamente a piangere.

Già, il tempo corre, ci susseguiamo senza sosta, simili e diversi, su uno sfondo che pare immutabile e che invece cambia. Non solo perché la moda è cambiata o perché dove adesso c’é un prato cinquant’anni fa c’era un campo di patate. Non solo perché le distese verdi ora incolte erano pettinate regolarmente dai rastrelli.

Fuori dalla finestra un intero versante del monte è marrone. Gli alberi se ne sono volati via con la tempesta Vaia dello scorso autunno ed è triste assistere alla sfilata dei camion che vanno a raccogliere la legna per rivenderla sottocosto su un mercato a cui importa solo di pagare di meno. La pioggia fa spesso visita ma solo per poco, e scarica lampi e secchiate d’acqua tropicali su una valle altrimenti illuminata da un sole caldissimo.

Certo, le montagne sono sempre le stesse, accarezzate dalle nuvole che il vento in quota spinge fino alle vette più aguzze, e poi giù al limitare dei boschi. Mi chiedo se anche tu avrai la fortuna di vivere quel tempo sospeso che io ho potuto conoscere. Mi domando come saranno questi posti un domani, quando noi non ci saremo più.

Immagino belli, come sempre, magari feriti ma impassibili, immersi nel loro tempo dilatato… quello che percepivo nelle mie estati da bambina e che ora mi sfugge veloce tra le dita, come sabbia fine, quasi impossibile da trattenere.

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Nel mezzo… del casino

Spoiler: lunga pippa di sfogo.

1. Vedere Salvini a torso nudo e con il drink in mano al Papeete, circondato da una folla trash che si scassa sulle note dell’inno di Mameli (poveri noi), oltre a farmi ribollire il sangue è la prova inequivocabile che egli è davvero rappresentante di una buona fetta di popolo.

2. A questa fetta di popolo molto distante dalla sottoscritta si accosta però un’altra fetta di popolo, molto diversa dalla cubista in costume animalier con le chiappe al vento o dall’ignorante che intona l’inno in discoteca brandendo birra e sigaretta tra un rutto e una strusciata. È una fetta di popolo che al momento di votare ha fatto una scelta ragionata, che non condivido, ma ragazzi… é una scelta che la democrazia prevede, quella stessa democrazia che tanto ci affanniamo a difendere – se non altro quando ci comoda. Probabilmente (spero) questi elettori non apprezzano affatto la condotta e l’inesistente spessore intellettuale dei nostri vice Premier, ma al momento di votare li hanno comunque ritenuti il male minore. Alcuni tuttora – nonostante tutto – li ritengono il male minore. Io sono di tutt’altro avviso, ma non è di questo che voglio parlare in questo post.

3. In questo scenario desolante la retorica di buona parte della sinistra suona fiacca, fastidiosa e priva di contenuti originali, ma soprattutto non offre soluzioni concrete. La domanda che sorge spontanea è: come si fa a credere di essere migliori se non si danno risposte ai problemi di gran parte della popolazione? Se addirittura questi problemi non li si vede, o li si ignora o sminuisce? Se si antepone la teoria alla pratica? Se si utilizzano argomenti e linguaggi distanti anni luce da una buona fetta della popolazione? Se si é autoreferenziali? Aggiungiamoci poi il pallido carisma e la scarsa coerenza dei “leader” e la frittata è fatta.

4. Molte persone – e lo dico con estremo dispiacere – sembrano non rendersi conto che nessuno ha la verità in saccoccia e che la politica con la P maiuscola dovrebbe essere basata su ascolto, dialogo (ammesso che si possa dialogare, chiaro) e pragmatismo. Come si può pensare di costituire un’alternativa valida quando si basa il proprio programma sull’antagonismo, sugli assunti inattaccabili… come si può pensare di portare gli altri dalla propria quando si deride, liquida ed etichetta come imbecilli o criminali tutti quelli (tutti, eh) che non la pensano allo stesso modo o che nel confronto mainstream si permettono di inserire una sfumatura, un chiaroscuro, un “ma”. Quando si appiccica semplicisticamente a chi esprime un pensiero vagamente di destra (o di sinistra) l’etichetta di fascista (o intellettualoide)? (“Ma cos’è la destra? Cos’è la sinistra?”)

Personalmente mi son sentita giudicata in un senso o nell’altro in più occasioni, magari solo perché ho fatto presente che a fronte dei sacrosanti diritti di cui godiamo esistono dei doveri. Che esistono dei limiti. Che tra il bianco ed il nero c’é un’ampia zona grigia. Che la forma conta, quasi quanto la sostanza. Che la competenza è importante e che i buoni propositi da soli non bastano. Che il compromesso in politica (soprattutto in Italia) é un passaggio talvolta sgradevole, ma necessario. Che la realtà è estremamente complessa. Che ci sono valori che non si dovrebbero mai mettere in discussione. Mah.

Forse quello che scrivo sarà banale o impopolare, giudicatemi pure, ma sono stanca di essere fraintesa. Non mi sento di destra e neanche di sinistra. Sono stata abituata a pensare con la mia testa, e per questo non mi riconosco né di qua né di là. Non mi vergogno di dirlo, né per questo reputo tutti uguali – anzi! Faccio le dovute distinzioni e apprezzo chi dimostra di avere realmente un’etica e offre soluzioni basate su buon senso e coerenza. Mi è capitato di sbagliare e di cambiare idea. Mi ritrovo spesso ad annaspare nel mezzo, a cercare il compromesso, tranne quando si toccano principi per me fondamentali e che non posso né voglio mettere in discussione. Tento di farmi un’idea d’insieme, di inserire complessità nei miei ragionamenti. Forse anche troppa, a giudicare dall’incertezza che sempre mi accompagna anche quando dall’esterno sembro sicura e ho un tono saccente (che volete farci, son nata così).

Mi chiedo come si possa non vedere che uno dei più grossi limiti allo sviluppo di una politica costruttiva che faccia veramente gli interessi del nostro Paese senza per questo calpestare i diritti altrui o distruggere quanto di buono fatto da altri affonda le proprie radici nella presuntuosa convinzione (diffusa ahimè soprattutto a sinistra) di essere semplicemente nel giusto, in qualche modo superiori, a prescindere da ciò che si propone e dagli eterogenei bisogni di chi si dovrebbe rappresentare (un intero paese, con tutte le sue contraddizioni). Si tratta di una soddisfazione puramente intellettuale che purtroppo favorisce la crescita di movimenti che in triestino definirei “meno ciacole, più fritole” e che in effetti si occupano sostanzialmente di fritole, privilegiando l’interesse immediato, senza vergogna né progettualità a lungo termine. Lo dimostra quello che sta succedendo attorno a noi. Senza voler parlare di Salvini, Di Maio e dell’osceno teatrino della politica nazionale (o ancora peggio internazionale, con gli enormi problemi che pone – es. clima, migrazioni, diritti umani? Anyone?) è sufficiente guardare alla mia bella città, dove – per dirla in triestin – le barachete de fritolin e i luna park de periferia piazzadi in pieno centro risulta più importanti del dibattito sula Feriera, del Porto o del Museo Alinari che nisun neanche sa che esisti, e se discuti più de Polidori che scrivi cazzade su Facebook su un povero senzatetto o sui migranti che del cesso in cui vivemo ogni giorno. Ma contenti eh, perché podemo parcheggiar davanti a Zampolli in quattordicesima fila e goderse el gelato in santa pase, tanto la multa no i ne la da (e se raramente i ne la da i xe comunque poliziotti de merda, pensiero “democratico” che sembra accomunar in certe occasioni sia destra che sinistra).

Peccato che dalle frittole si passi facilmente ad altro. È un attimo.

Lo so, sono pesante.

Forse sbaglio, non lo so. Sbaglio? Non sulla pesantezza ovviamente, quella è un dato di fatto…

[Fine della pippa]

Per sempre

L’estate è arrivata con lei.

Porterò per sempre con me il ricordo del vento freddo che soffiava nella notte di fine Maggio in cui sono entrata in ospedale, e allo stesso modo ricorderò il sole caldo che ci ha accolti all’uscita, solo tre giorni più tardi.

Un mese e mezzo é volato, e giorno dopo giorno ho misurato ogni centimetro di questo nostro piccolo appartamento, cullando tra le braccia il mio minuscolo ghiro, cantando note stonate, facendo facce buffe. Trascinandomi tra il letto, il divano e il fasciatoio in pigiama, in t shirt, con i capelli per aria, gli occhi gonfi di sonno, talvolta i nervi in frantumi.

Pian piano il sonno é diventato la normalità e ora quasi non me ne accorgo più. Un mese sembra poco e invece è stato abbastanza da non ritrovare più sul suo visino certe espressioni, abbastanza da rendere inutilizzabili certe tutine, abbastanza da farmi provare più tenerezza che in 35 anni di vita. Abbastanza da terrorizzarmi.

Un mese é stato abbastanza per parlarle del mare blu, dell’odore della salsedine sui ferri roventi del porto vecchio, del rumore delle onde e delle vele quando il vento é impigrito dal sole di mezzogiorno. Per raccontarle delle nuvole basse del mattino, in montagna, e dell’acqua fresca che saltella tra il muschio sul nostro sentiero preferito, tra una pozza smeraldina e l’altra. Abbastanza per desiderare di farle scoprire la sabbia dorata e il profumo delle pinete ricolme di cicale, a pochi passi dalla spiaggia dove la sera si costruiscono vulcani e castelli per poi farli lavare via dalle onde.

Abbastanza per capire che a volte si prendono delle decisioni senza sapere qual é la loro reale portata, e che il “per sempre” più terrificante e meraviglioso che c’é è racchiuso in due occhi che – stupiti – si affacciano sulla vita.

Un post tutto sussurrato

Che fatica scrivere, ultimamente.

Come mi sento? Smarrita, navigo a vista. Felice ma sottovoce che per carità non si senta, sempre sull’orlo del panico, con la lacrima facile, piena di paure.

Tappata, forse è questa l’espressione giusta. Otto mesi di gioia trattenuta perché – ho scoperto – anche io ho paura di essere felice. Ho sempre il timore che uno scatto di inusuale ottimismo si trasformi in un pugno in piena faccia, e il risultato è che mi tengo tutto dentro, covo i miei incubi ripiegata su me stessa. Forse è proprio questo che li fa crescere però, allora oggi voglio provare a liberarli perché la crisi di pianto di questo pomeriggio mi suggerisce che ho tanto bisogno di lasciarli andare, di almeno provare ad essere serena.

Sono quasi otto mesi che un secondo cuoricino batte dentro di me e per moltissimo tempo non l’ho detto a nessuno, temendo di rivivere l’immenso dolore della prima gravidanza, finita male. Poi non ho potuto più nasconderlo, semplicemente, e così la mia attesa è diventata “pubblica”. Ma ancora guardo all’orizzonte con paura, non riesco a dare per scontato che quell’orizzonte lo raggiungerò. Tante delle donne che ho incontrato in questi mesi sono cariche di energia positiva, ottimiste quanto basta da lanciarsi in acquisti per i nascituri, progetti per il futuro, chiacchiere frivole. Io rimango sempre al margine di queste conversazioni leggere, trattenuta dalla mia zavorra di pensieri. Mi dico sempre “aspetto che nasca”. “Ci penserò dopo”. Assecondo le conversazioni solo perché tutti mi dicono cose come ormai manca poco, ti ho comprato un regalo, hai preso il trio? come si chiamerà? Cose che mi fanno sempre incrociare mentalmente le dita, perché quanto ti aspetto e con quanta tenerezza non lo so spiegare e mi sembra tutto così fragile.

Ma mi sono resa conto che questo atteggiamento anziché proteggermi mi sta logorando.

Dopo giorni di sonno intermittente o assente e di dolori (Lo sapevate che in gravidanza può insorgere la sindrome del tunnel carpale? Io non lo sapevo. Ogni notte vorrei segarmi un braccio dal fastidio e se per caso mi scappa la pipì e mi sveglio sono fottuta perché non riesco più a trovare una posizione che mi permetta di addormentarmi) questa mattina mi sono svegliata con lo stesso umore del cielo. Grigio e piovoso. A darmi il buongiorno – invece del solito rincuorante calcetto – solo l’inquietante ticchettio della pioggia. Ho aspettato qualche ora sperando che la creatura si palesasse con la sua consueta irruenza e per incoraggiarla mi sono procurata un sicuro picco glicemico ingurgitando metà degli avanzi delle uova di Pasqua, mi sono girata e rigirata nel letto, ho meditato, ho perfino bussato sulla pancia prima di decidermi ad andare al pronto soccorso. Mi sono tranquillizzata solo quando ho sentito il battito, e poco importa se ho passato quattro ore tra monitoraggio, attese e visite, con l’Uomo che in mancanza di sigarette si sarebbe fumato anche i pali della luce, non potendo far altro che attendermi all’esterno. La creatura ha ricominciato a scalciare non appena mi sono tranquillizzata. O forse non aveva mai smesso di muoversi, ma io ero troppo nel pallone per sentirla?

L’umido grigiore della giornata mi è rimasto appiccicato addosso fino a sera. Ho dormito di un sonno pesante come un macigno questo pomeriggio, due ore filate dominate da forza di gravità pura, e stasera quando ho tentato di spiegare il mio stato d’animo allo psicologo a cui ho chiesto aiuto sono scoppiata a piangere e non ho smesso per un bel po’. Evidentemente ne avevo bisogno. Ho bisogno di scaricare tutta l’energia che accumulo proprio come le nuvole scaricano la pioggia, per poi accogliere il sereno.

Quindi ecco, volevo solo scrivere che sono qui, con una creatura in grembo che mi sembra ancora un miracolo, e aspetto in punta di piedi che la distanza che ci separa dal conoscerci si accorci fino ad annullarsi. Per questo sono stata in silenzio finora e per lo stesso motivo – forse – proverò di nuovo a scrivere.

Intanto l’ho detto, e sapeste con che fatica… non importa se non c’è nessuno all’ascolto, mi sa che qui sono io a dovermi ascoltare di più.

A proposito di Greta, a proposito di noi.

Manco da un bel po’, qui su WordPress. Anche stavolta non perché manchino le cose da dire, ma semplicemente perché le tengo per me. Mi sono raggimitolata su me stessa e sulle tante cose da fare, negli ultimi mesi, e raramente trovo tempo per scrivere. Un po’ mi dispiace, ma al tempo stesso penso che le parole verranno quando e se avró qulalcosa di veramente importante da dire.

Oggi qualcosa da dire ce l’ho… Non so se sono in grado di trovare le parole giuste per commentare quello che sto leggendo ed ascoltando in giro. Sulle manifestazioni che ieri hanno portato in piazza moltissime persone a chiedere di agire per contenere i cambiamenti climatici leggo polemiche su polemiche e riflessioni più o meno condivisibili.

Chissà, forse è vero che Greta Thunberg è un personaggio reso popolare ad arte. Beh, la prima cosa che penso è che se così fosse almeno per una volta si tratterebbe di un personaggio positivo. La criticano postando foto che la ritraggono mentre stringe la mano ai “potenti”. A prescindere dal fatto che ritengo idiota la critica, mi chiedo quale adulto (figuriamoci ragazzo) possa realmente pensare – conoscendo le dinamiche della politica – di cambiare le cose senza scendere a compromessi.

Si criticano i ragazzi che scendono in piazza e danno prova di manifesta ignoranza quando interrogati su cambiamenti climatici e buco nell’ozono: giusto, sono imbarazzanti, ma siamo sicuri che siano tutti così? Ho avuto occasione di lavorare con una trentina di sedicenni nei mesi scorsi e sinceramente non mi stupisce che una parte di loro sia superficiale ed impreparata. Non mi stupisce nemmeno che non sappiano esattamente che cosa sono i cambiamenti climatici, visto che a)non li hanno (ancora) vissuti sulla propria pelle e b)li abbiamo così ben educati ad avere a cuore altre priorità, come il consumo sfrenato e l’immagine. Ma nella mia breve esperienza con i ragazzi ho visto anche stupore ed interesse, sensibilità e potenziale. Si tratta di dare una direzione a tutto questo potenziale, di non sottrarsi a questa responsabilità, che tra l’altro costa veramente tanta fatica perché viviamo in un sistema che disincentiva l’educazione alla consapevolezza.

Ieri alle manifestazioni hanno partecipato anche tanti adulti, più o meno consapevoli, più o meno preoccupati. Il futuro fa paura (almeno a me, lo ammetto). A me che sono una pavida fa veramente paura almeno dall’anno in cui ho iniziato a scrivere la mia tesi, che parlava pure di questo, e mi sento abbastanza smarrita. Non amo le manifestazioni, raramente ho partecipato, ma credo che a prescindere dalla partecipazione almeno questa volta le ragioni del manifestare dovrebbero essere condivise da tutti e invece di dividerci e criticare dovremmo guardarci seriamente dentro e trovare una strada da percorrere insieme.

A noi adulti (ebbene ormai non sono più una ragazzina) va il compito di ascoltare le ragioni di chi verrà dopo di noi, perché sono valide a prescindere dalla leggerezza di molti e perché sono anche le nostre. A noi va il compito di educare e dare per primi l’esempio, perché è da miopi non vedere che il nemico da combattere si nasconde in primis nel nostro stile di vita, nelle nostre scelte di consumo, nel nostro modello economico. Purtroppo se non siamo disposti a cambiare questo… non cambierà niente.

Fine della pippa.

❤️

Cucù

C’è silenzio da un po’, su questo blog.

Non è che io non abbia cose da dire, è che perlopiù negli ultimi tempi le dico a me stessa. Mi faccio dei gran discorsi, con tanto di domande e risposte. A volte mi rendo conto che parlo anche a voce alta – borbottando, s’intende. Più di qualcuno mi avrà presa per rincretinita, incrociandomi per strada.

Anche oggi mi sono sorpresa a borbottare tra me e me durante la pausa pranzo, ma oggi non se ne sarà accorto nessuno perché con il freddo che c’è ero tutta imbacuccata e la sciarpa copriva ben bene anche la bocca.

Come mi ha resa felice, questa piccola passeggiata di un’oretta per le strade di Trieste! Fuori c’è bora, ma una bora gentile. Il cielo a ora di pranzo era grigio grigio, la luce bianchissima. C’erano gabbiani che si lasciavano trasportare dal vento sul Canale di Ponterosso, dove mi sono fermata a scattare una foto a James Joyce, fermo lì come uno stoccafisso nel freddo di Novembre, a fissare la sua casa di un tempo fregandosene delle raffiche gelate.

james joyce - szandri

Adoro queste giornate. Non si respira ancora l’atmosfera natalizia, ma nell’aria si avverte qualcosa di diverso, di gioioso. Sono l’unica felice che il caldo si sia finalmente levato dalle scatole (e speriamo che almeno fino a Marzo non si faccia più vedere)?

Trieste in questa stagione ha un fascino particolare. Sarà che la città – con le sue facciate mitteleuropee – è algida ed elegante come il vento novembrino. Fredda fuori, calda dentro.

Ho fatto una pausa veloce al Caffé degli Specchi, uno dei suoi antri caldi appunto, dove ho sorseggiato in tutta calma un Capo in B con l’immancabile bicchierino di cioccolata calda a parte.

capo in B szandri

Tornando verso l’ufficio mi sono scoperta a sorridere come un’ebete di fronte a due cagnolini di taglia XS che si rincorrevano in cerchio annusandosi il posteriore (sì, sono tra quelli che sorridono ai cani invece che ai padroni). Di fronte al negozio di Mauri mi sono ritrovata avvolta da una nuvola soffice di profumo, ma solo per un secondo. Il vento spazza via in fretta le illusioni olfattive ed il calore degli interni. Ti lascia solo dei suggerimenti, dei frammenti inafferrabili. Come si può spiegare spiegare il grumo di ricordi racchiuso in uno degli sbuffi caldi provenienti dal negozio di Mauri, o nel profumo delle clementine che sbuccio ogni due ore di fronte al pc?

la magia della clementina - szandri

Tre anni fa disegnavo questo. Ed è sempre vero 🙂

Novembre sospeso, come me, tra una raffica e l’altra.

Pieno di domande, pieno di speranze, pieno di algida bellezza.