Per sempre

L’estate è arrivata con lei.

Porterò per sempre con me il ricordo del vento freddo che soffiava nella notte di fine Maggio in cui sono entrata in ospedale, e allo stesso modo ricorderò il sole caldo che ci ha accolti all’uscita, solo tre giorni più tardi.

Un mese e mezzo é volato, e giorno dopo giorno ho misurato ogni centimetro di questo nostro piccolo appartamento, cullando tra le braccia il mio minuscolo ghiro, cantando note stonate, facendo facce buffe. Trascinandomi tra il letto, il divano e il fasciatoio in pigiama, in t shirt, con i capelli per aria, gli occhi gonfi di sonno, talvolta i nervi in frantumi.

Pian piano il sonno é diventato la normalità e ora quasi non me ne accorgo più. Un mese sembra poco e invece è stato abbastanza da non ritrovare più sul suo visino certe espressioni, abbastanza da rendere inutilizzabili certe tutine, abbastanza da farmi provare più tenerezza che in 35 anni di vita. Abbastanza da terrorizzarmi.

Un mese é stato abbastanza per parlarle del mare blu, dell’odore della salsedine sui ferri roventi del porto vecchio, del rumore delle onde e delle vele quando il vento é impigrito dal sole di mezzogiorno. Per raccontarle delle nuvole basse del mattino, in montagna, e dell’acqua fresca che saltella tra il muschio sul nostro sentiero preferito, tra una pozza smeraldina e l’altra. Abbastanza per desiderare di farle scoprire la sabbia dorata e il profumo delle pinete ricolme di cicale, a pochi passi dalla spiaggia dove la sera si costruiscono vulcani e castelli per poi farli lavare via dalle onde.

Abbastanza per capire che a volte si prendono delle decisioni senza sapere qual é la loro reale portata, e che il “per sempre” più terrificante e meraviglioso che c’é è racchiuso in due occhi che – stupiti – si affacciano sulla vita.

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Un post tutto sussurrato

Che fatica scrivere, ultimamente.

Come mi sento? Smarrita, navigo a vista. Felice ma sottovoce che per carità non si senta, sempre sull’orlo del panico, con la lacrima facile, piena di paure.

Tappata, forse è questa l’espressione giusta. Otto mesi di gioia trattenuta perché – ho scoperto – anche io ho paura di essere felice. Ho sempre il timore che uno scatto di inusuale ottimismo si trasformi in un pugno in piena faccia, e il risultato è che mi tengo tutto dentro, covo i miei incubi ripiegata su me stessa. Forse è proprio questo che li fa crescere però, allora oggi voglio provare a liberarli perché la crisi di pianto di questo pomeriggio mi suggerisce che ho tanto bisogno di lasciarli andare, di almeno provare ad essere serena.

Sono quasi otto mesi che un secondo cuoricino batte dentro di me e per moltissimo tempo non l’ho detto a nessuno, temendo di rivivere l’immenso dolore della prima gravidanza, finita male. Poi non ho potuto più nasconderlo, semplicemente, e così la mia attesa è diventata “pubblica”. Ma ancora guardo all’orizzonte con paura, non riesco a dare per scontato che quell’orizzonte lo raggiungerò. Tante delle donne che ho incontrato in questi mesi sono cariche di energia positiva, ottimiste quanto basta da lanciarsi in acquisti per i nascituri, progetti per il futuro, chiacchiere frivole. Io rimango sempre al margine di queste conversazioni leggere, trattenuta dalla mia zavorra di pensieri. Mi dico sempre “aspetto che nasca”. “Ci penserò dopo”. Assecondo le conversazioni solo perché tutti mi dicono cose come ormai manca poco, ti ho comprato un regalo, hai preso il trio? come si chiamerà? Cose che mi fanno sempre incrociare mentalmente le dita, perché quanto ti aspetto e con quanta tenerezza non lo so spiegare e mi sembra tutto così fragile.

Ma mi sono resa conto che questo atteggiamento anziché proteggermi mi sta logorando.

Dopo giorni di sonno intermittente o assente e di dolori (Lo sapevate che in gravidanza può insorgere la sindrome del tunnel carpale? Io non lo sapevo. Ogni notte vorrei segarmi un braccio dal fastidio e se per caso mi scappa la pipì e mi sveglio sono fottuta perché non riesco più a trovare una posizione che mi permetta di addormentarmi) questa mattina mi sono svegliata con lo stesso umore del cielo. Grigio e piovoso. A darmi il buongiorno – invece del solito rincuorante calcetto – solo l’inquietante ticchettio della pioggia. Ho aspettato qualche ora sperando che la creatura si palesasse con la sua consueta irruenza e per incoraggiarla mi sono procurata un sicuro picco glicemico ingurgitando metà degli avanzi delle uova di Pasqua, mi sono girata e rigirata nel letto, ho meditato, ho perfino bussato sulla pancia prima di decidermi ad andare al pronto soccorso. Mi sono tranquillizzata solo quando ho sentito il battito, e poco importa se ho passato quattro ore tra monitoraggio, attese e visite, con l’Uomo che in mancanza di sigarette si sarebbe fumato anche i pali della luce, non potendo far altro che attendermi all’esterno. La creatura ha ricominciato a scalciare non appena mi sono tranquillizzata. O forse non aveva mai smesso di muoversi, ma io ero troppo nel pallone per sentirla?

L’umido grigiore della giornata mi è rimasto appiccicato addosso fino a sera. Ho dormito di un sonno pesante come un macigno questo pomeriggio, due ore filate dominate da forza di gravità pura, e stasera quando ho tentato di spiegare il mio stato d’animo allo psicologo a cui ho chiesto aiuto sono scoppiata a piangere e non ho smesso per un bel po’. Evidentemente ne avevo bisogno. Ho bisogno di scaricare tutta l’energia che accumulo proprio come le nuvole scaricano la pioggia, per poi accogliere il sereno.

Quindi ecco, volevo solo scrivere che sono qui, con una creatura in grembo che mi sembra ancora un miracolo, e aspetto in punta di piedi che la distanza che ci separa dal conoscerci si accorci fino ad annullarsi. Per questo sono stata in silenzio finora e per lo stesso motivo – forse – proverò di nuovo a scrivere.

Intanto l’ho detto, e sapeste con che fatica… non importa se non c’è nessuno all’ascolto, mi sa che qui sono io a dovermi ascoltare di più.

Riflessi danzanti.

Cammino per strada, guardo la mia ombra che si interrompe sotto il sole scostante, tra i passi. L’ora di pranzo è avvolta in un caldo silenzio. Ogni tanto, come un miraggio, si sente il rombo di un motorino di passaggio.

Inspiro ed abbraccio in un unico sguardo tutto ciò che mi circonda. Il mare alla mia destra, l’asfalto che scotta sotto le suole sottili, le paillettes della maglia che danzano in mille riflessi sul muro di fronte, la pasticceria sulla sinistra. La sorpasso veloce ed ecco che l’aria si riempie di un profumo intenso di cacao; mi sembra quasi di avvertire il movimento della torta che si gonfia nel forno, il calore denso e saturo della cucina dietro al bancone.

Monto sullo scooter, avvio il motore e un secondo prima di partire scorgo con la coda dell’occhio dei turisti che pranzano al caffè sull’angolo. Sento il tintinnìo argentato delle posate, il vociare ovattato ed indistinto. Un passerotto zampetta tra i tavoli. Il mare si increspa.

E’ come se tutto il rumore attorno a me fosse svanito, come se fosse rimasto solo l’essenziale: il dettaglio scontato, senza il quale non so stare.

Scivolo via sulla strada semideserta, il volto scoperto, l’aria in faccia.

[Non trovo le parole, ma questa quiete in fondo al cuore non la voglio più lasciare.]

Vague.

Sometimes you miss people or moments and then you realize you are actually missing something which is not real anymore, cause we change all the time, don’t we. Time goes by and we go with it; we sometimes kinda erase the past, make choices, willfully exclude what was previously part of the picture. And we go on and we put aside, forget, or pretend to do so. And so it works, one day you stop, look back at your life and ask yourself: did that actually ever happen? Sometimes though it’s just a moment: it’s a smell, a tune, a picture, whatever. All of a sudden you are there again, at some point in the past. Everything feels fucking real again for a few seconds and then fades away. And there you stand – in the middle of this vague feeling – wondering whether we can really forget, or if it’s just a trick of the mind to allow us to move further, instead of getting stuck in an endless, pointless melancholy. Life is now, after all.

Far from the madding crowd.

Mai come in questo periodo ho avvertito il desiderio di silenzio, di pace, di solitudine.

Mai come in questo periodo ho desiderato allontanarmi dal chiasso della folla per guardarmi dentro, e capire che cosa è vero per me, che cosa è equilibrio per me.

È l’era di internet, questa. Delle presunte verità gridate in piazza, delle etichette, degli insulti, della prevaricazione verbale. Verba. Parole, parole, parole. Parole che non aderiscono mai alla perfezione a quello che sentiamo dentro.

Mi rendo conto, come mai prima d’ora, che ognuno di noi è un mondo a sé. Che esistono equilibri, ragioni, punti di vista talmente personali ed importanti da non poter essere sottoposti al superficiale giudizio altrui. Il giudizio che conta è quello che giunge alla fine del duello con noi stessi, sedimentato in fondo al cuore.

C’è una verità dentro ognuno di noi, una verità unica, sfuggevole. Non è facile rimanerle fedeli, accarezzarla, comprenderla. È una verità fatta delle esperienze passate, di valori trasmessi, di ricordi personali.. di emozioni nascoste sotto la cenere del tempo e rielaborate giorno per giorno, anche quando credevamo di averle scordate.

Oggi come non mai capisco che le scelte che facciamo, soprattutto alcune scelte, andrebbero fatte in silenzio, guardandosi dentro, non lasciandosi assordare dal chiasso altrui. Dandoci il tempo di comprendere, di trovare il proprio equilibrio e di respirare a pieni polmoni, senza paura.

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