6.

Tonight I dreamt of you.

In my dream – just as it used to happen in reality when we were together – you were acting as if I didn’t really matter. I was standing quiet in the corner, begging for attention, or simply for respect, as if your behaviour was just what I deserved.

The thought which struck me when I woke up this morning is: how could I ask so much to someone who did not understand nor share my values and my dreams?

Really. How could I expect you to act differently?

I am sure we were both left with something good, in the end, but since I was the only one who truly cared I am also the one who carried a scar for long after we met for the last time.

szandri_Bergen

2009 – Watching the sun set in the fjords.

Was it worth it?

It doesn’t really matter anymore, those days are gone and you are no more than an evanescent memory.

But me, I am always the same and even today I keep asking for more than people or situations can actually give to me. I do it in my job, I do it with some friends, I do it with myself.

Now I see what you left me, though: a deeper understanding.

And now I know I don’t deserve this. After a shitty day you came visit, nerved me again with that emotionless smile and showed me that I keep doing the same mistake over and over again. No doubt it’s time to stop.

Now I see the only way not to get stuck is to move on and choose another path. To say goodbye to all that makes me frustrated and only keep the nice memories, the moments shared, the things I learnt.

It would be nice if you knew you helped me understand this somehow, but I guess that for us dreams are the safest place to meet.

“See you on the other side, further down the line!”

Advertisements

Non voglio più aspettare Godot.

Sinceramente otto anni fa mai e poi mai avrei pensato di arrivare a questo punto, che a volte mi sembra già un capolinea.

Un capolinea grigio, senza alcuna prospettiva, senza alcuno stimolo. E gli stimoli me li cerco, eh, li prendo con forza e li caccio nelle otto ore di grigio con tutte le mie forze. Ma quelle otto ore non sono fatte per i miei stimoli, e gli stimoli che mi cerco male si sposano con i limiti imposti dal mio lavoro. Le giornate passano e io sono sempre di corsa, corro senza una direzione precisa e alla sera il più delle volte mi sento sfiancata, demotivata.

Tre anni fa il ginecologo mi disse “È proprio ora che arrivi questo bambino, allora”. Ricordo di aver provato una strana, spaventosa (ma bellissima) sensazione di possibilità. Mi sembrava che un progetto così – oltre ad essere un desiderabile salto nel vuoto, accarezzato da tempo – potesse dare un senso a scelte altrimenti poco appaganti, ma in qualche modo scontate come le affermazioni “Non si lascia un lavoro sicuro” oppure “Ogni cosa al momento giusto”. Come se davvero esistessero sicurezze ed i momenti giusti studiati a tavolino non fossero in realtà più rari degli unicorni rosa.

Ci ho messo due anni a capire che in questo campo non è saggio fare progetti, al massimo si possono nutrire speranze. Poi ci ho messo un altro anno per capire che anche quelle tutto sommato sarebbe meglio evitarle.

Sarebbe bello poter smettere di sperare, ma come si fa?

Mi sembrava di essere a buon punto, dico la verità. Nelle ultime settimane ci ho pensato spesso, al fatto che questo desiderio forse non mi appartiene fino in fondo, che forse è un bisogno indotto, più che un sogno tutto mio. Che forse è un desiderio già vecchio, masticato dall’attesa e dalle paure accumulate nell’ultimo anno. Ma non lo so, sono sincera. Credo che in fin dei conti sia solo un discorso che mi faccio per non stare peggio di come già sto quando mi fermo un attimo a pensare e mi prende lo sconforto, il famoso “momento melodramma”.

Il fatto è che il tempo è passato talmente veloce da farmi paura, e io semplicemente non ho più voglia di sprecarlo.

Perché quando la speranza diventa attesa tutto il resto sbiadisce lentamente, rimane sullo sfondo. Il problema è che mentre noi fissiamo un punto, tutto il resto continua a scorrere.

Certo è che non ha senso aspettare qualcosa che non si sa se arriverà.

E non ha senso nemmeno prendere atto di questa verità, se poi non ci si muove, e si rimane lì, in attesa di Godot.

L’attesa è una rischiosa scommessa. Più si attende e più si è portati ad indugiare: non andrò via mica adesso, è già tanto che aspetto, dovrà pur arrivare.

Ma sai (ora so): Godot potrebbe non arrivare mai. Viene quasi da pensare che sia l’attesa stessa ad impedirgli di arrivare, o a impedire a me di riconoscerlo.

Perché alla fine chi è questo Godot? Di certo la risposta giusta non è “un figlio”, sarebbe troppo semplice e pure un po’ ingenuo pretendere di dare risposta al rebus della vita con una nuova vita.

E non è nemmeno la felicità.

Non sarò mica io?

Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow?
Gonna rise up
Burning black holes in dark memories
Gonna rise up
Turning mistakes into gold

Such is the passage of time
Too fast to fold
Suddenly swallowed by signs
Lo and behold
Gonna rise up
Find my direction magnetically
Gonna rise up
Throw down my ace in the hole

.

Ci sono serate come quella di ieri in cui torni a casa a mezzanotte e vorresti solo stenderti sull’erba e fissare il cielo.

Ti domandi quand’è esattamente che sei diventata invisibile a gran parte delle tue amiche. Non sai darti una risposta, così come non sei sicura che la domanda sia giusta.

Sai però che ieri sera solo una delle tre ti ha chiesto come stavi, mentre le altre si sono limitate a parlare di se stesse, senza nemmeno chiedersi se tutto quel parlare poteva in qualche modo ferirti.

Ieri sera hai capito quanto poco gli altri sanno di te, anche se lo sapevi già da tempo. Quello che non sai è se dipende da te, dal fatto che non ami farti protagonista, o se piuttosto dipende dalla tendenza che hanno molte persone a porsi al centro dell’universo, dimenticandosi di chi hanno di fronte. O se ancora dipende dalle vite isteriche che conduciamo un po’ tutti, senza mai tempo per null’altro (tranne che per guardare il cellulare, per quello il tempo c’è sempre).

Non lo pensi né dici con cattiveria, anzi. Lo pensi con distacco, allo stesso modo in cui ieri hai accolto con distacco delle parole che solo qualche mese fa ti avrebbero fatta infuriare.

Le cose ti scivolano addosso e non sapresti dire – ora come ora – se questo sia un bene o un male.

La cosa positiva è che non importa, in fin dei conti. Che quando vai a dormire e ti raggomitoli accanto alla persona che ami dentro senti il mare mosso che si acquieta, e tutto il resto conta meno di zero.

Temporale

Il cielo tuona. Il borbottìo che prima avvertivo solo in lontananza ora si sente bene, ed improvvisamente avrei bisogno di accendere la luce per lavorare, ma sono in pausa, mi sono appena fatta un caffè e quindi rimango così, nel grigiore obliquo disegnato a terra dalle finestre che danno sul cortile. Sono aperte, fuori si sentono ancora gli uccellini cinguettare.

Mi piacciono i momenti che precedono un temporale (soprattutto se sono al coperto!): si sente l’aria umida che avanza ed è come se tutto si preparasse allo scroscio. Persino l’edera sul muro qui di fronte sembra aspettare.

L’aria del temporale porta con sé ricordi lontani che vibrano come tante piccole foglie. Ricordi di tanti altri temporali, in tanti momenti del passato, ed improvvisamente mi rendo conto che il passato si è allungato di brutto dietro di me. Forse non è solo il temporale, è che stamattina ho letto che VENTI ANNI FA usciva Acida dei Prozac+, e all’epoca io ero già in grado di capire il significato della canzone!

Quand’è esattamente che ho capito di poter dire “vent’anni fa” parlando dei miei ricordi? Forse solo oggi l’ho capito davvero. Nel senso che ho capito la portata dei vent’anni: non c’è da stupirsi se ho ricordi di tanti temporali in tanti luoghi diversi, accompagnati da odori diversi, persone diverse, emozioni diverse.

Non è tanto male crescere, se sei così fortunato da avere un sacco di bei ricordi che vengono a farti visita da tutto il mondo, anche con la pioggia.

Post maggiolino

L’arroganza di certi personaggi mi ha fatto spuntare diversi capelli bianchi ultimamente. Ma perché tante persone fanno male il proprio lavoro? Perché è così difficile capire che farlo bene porta soddisfazione, si trattasse anche solo di pulire un gabinetto (cosa che peraltro io ho fatto in diverse occasioni, e per lavoro eh)? Se l’interazione con una tazza di ceramica deturpata da 8 ore di utilizzo può dare soddisfazione (ve lo assicuro) non è forse ovvio che l’interazione con altri esseri umani può darne molta di più? Evidentemente no. Evidentemente no. (Me lo ripeto a mezza voce scuotendo leggermente la testa)

Ogni mattina mi calo da casa mia al lavoro e puntualmente mi ritrovo incolonnata in fila lungo la discesa che dal rione di San Luigi porta in centro. E puntualmente la fila si blocca perché ad un certo punto la strada si restringe e se c’è un autobus che deve passare è necessario che qualcuno lo lasci passare, altrimenti si blocca tutto. Serve che lo dica? Non si ferma quasi nessuno. Chissà che cos’è che scatta nella testa di tante persone e che le fa agire in modo così irragionevole. Presumo lo stesso meccanismo che porta molti miei conoscenti a parcheggiare sulla fermata dell’autobus davanti al supermercato, invece di usare il parcheggio che – udite udite! – si trova a circa cinquanta metri dall’ingresso. Eh vabbeh. Avrei tanti altri esempi da fare, ma mi fermo qui per non deprimermi.

Il fatto è che a furia di incazzarsi uno smette di incazzarsi. Subentra una sorta di cupa rassegnazione, e sinceramente sospetto che ne siano afflitte molte di quelle persone che alla fine scelgono di comportarsi a loro volta così, di uniformarsi cioè alla massa informe inserendo un pilota automatico che li guida come se gli altri non esistessero. Ma il problema è che gli altri esistono, eccome!

Va da sé che io non riesco a rassegnarmi. Però dovrò trovare un modo per incanalare costruttivamente le mie incazzature, se non altro per preservare la mia salute mentale.

Intanto sono stata qualche giorno a Firenze. A dirla tutta è stata proprio una fuga: due giorni scavati a fatica tra un impegno l’altro. Stavolta però neanche le orde di turisti sono riuscite a mettermi di malumore.

szandri - Firenze è verde

Firenze è semplicemente stupenda. Non so neanche quante volte mi sono commossa, semplicemente guardandomi attorno. Viviamo in un paese meraviglioso. Ce lo meritiamo? Non lo so.

szandri - Firenze è colori

Il primo Maggio invece ho lavorato in una splendida villa del Seicento, circondata da colli e vigne ed immersa nei cinguettii degli uccellini. Più avanti forse riuscirò a prendermi il tempo per descrivere l’odore delle sue stanze fuori dal tempo, il rumore dei miei passi sul pavimento in cotto, il tintinnìo delle stoviglie nella vecchia cucina, il pozzo in pietra sormontato da ghirigori di ferro battuto. Una giornata così basta a riempire intere settimane di piatta vita d’ufficio. Eppure è sempre lavoro. Curioso, no?

szandri - primo Maggio

E finalmente ieri sera è arrivata la pioggia. Era da tanto tempo che non ero così contenta di sentire un temporale! Mi sono accoccolata sul divano e mi sono goduta tuoni, fulmini e scrosci. Questa mattina il caldo anomalo dei giorni scorsi ha lasciato spazio almeno per qualche ora ad una primavera tiepida e profumata. ADORO! Non durerà, ma io mi ci attacco con tutta me stessa, in barba alle lagne di chi invece era “così contento!” dell’estate anticipata. (Lascio il commento relegato ad una parentesi: ma è una mia impressione o il cambiamento climatico oltre a stravolgere il meteo ha anche sciroppato diversi cervelli?)

Le settimane passano e le giornate si susseguono tutte piene, a volte tutte uguali, a volte sorprendentemente diverse. Nonostante le incazzature, la stanchezza e gli impegni ultimamente mi sembra di essere più presente a ciò che vivo. Sono più contenta. Sarà la primavera, non lo so, o sarà che a distanza di un anno mi sembra – forse per la prima volta in vita mia – di riuscire a vedere davvero quanto sono cresciuta.

Rieccoci, Aprile…

In punta di piedi è tornata la primavera: Aprile è iniziato tra sole e pioggia e finora me la sono presa comoda: sto lavorando un po’ meno dell’anno scorso perché avverto la necessità fisica di prendermi un po’ di tempo per me nei fine settimana, fosse anche solo per oziare pigramente sul divano, o leggere un libro. In realtà poi ho oziato ben poco, a prescindere dal lavoro. E in realtà il mese che ho di fronte è pieno come un uovo, a partire da domani. Ma appunto: da domani. E oggi non ho voglia di pensarci. In genere non ho molta voglia di pensare, ma il mio cervello pensa lo stesso, se ne frega di me e produce pensieri disordinati in quantità industriale. Vorrei tanto poterli fissare, a volte, ma quelli più brillanti (almeno secondo me!) spuntano ovviamente quando sono impegnata a fare altro, e vengono velocemente rimpiazzati da altre elucubrazioni. Spazio con disinvoltura dal senso della vita alle falle nel regolamento della polizia locale, per intenderci.

szandri - mare di primavera

Tutto è illuminato, in primavera, e tutto è perciò più visibile. Il caos del traffico, di mattina, mi provoca un fastidio epidermico. Sento i peli rizzarsi sulle braccia ad ogni buca sconnessa sull’asfalto, ad ogni motorino che si infila in orizzontale tra le macchine per guadagnare qualche stupido metro nel casino dell’ora di punta, ad ogni automobile parcheggiata con nonchalance in mezzo alla strada, o di traverso, o sullo spazio riservato agli autobus. Provo frustrazione nel vedere il verde incolto che invade la carreggiata e gli ammassi di plastica accumulatisi nei giorni di bora nei rovi a bordo strada, mai rimossi da chi dovrebbe farlo. Mi dico che un giorno lo farò io, ma poi mi rendo conto che non è realistico, che già faccio fatica ad incastrare tutto quello che devo fare nelle 12 ore che ho a disposizione. Ma me lo dico comunque, che forse un giorno lo farò, perché penso che non ci si può solo lamentare e che a volte le cose vanno fatte anche se “non sono di nostra competenza” (frase pronunciata dagli addetti al verde pubblico del Comune, interpellati in merito). Perché non sarà mia competenza, ma è comunque un mio interesse, e chissà che non si scopra che è anche di altri.

Zitto zitto il tempo è passato ancora e si avvicina anche il mio personale giro di boa: un anno da quel giorno di Aprile in cui l’attesa si è interrotta, un anno che come un sacco gonfio richiude tante paure, fragilità, domande senza risposta. E sinceramente io non vedo l’ora di chiuderlo, di tirare i lacci facendo arricciare i bordi del sacco, annodarli e metterlo via. Ci sono stati diversi giri di boa in quest’ultimo anno, in realtà. Quella che doveva essere la “scadenza”, un anno dalla scoperta della gravidanza, e così via… tante piccole e tutto sommato sciocche ricorrenze personali che non si riesce ad ignorare e che contemporaneamente si desidera far scivolare via, perché il tempo lava via il dolore e annacqua i ricordi spiacevoli, per ridicoli che siano agli occhi degli altri. Quasi quasi si finisce col dimenticare. Eppure una punta di malessere rimane, un principio di nausea che si arresta alla bocca dello stomaco, forse perché lo scorrere così veloce del tempo fa anche un po’ paura. E allora si dimentica, forse sì, ma non si scorda. Si guarda all’accaduto con occhi diversi.

Pasqua è stata una parentesi bellissima. Due giornate piene non solo di cibo, ma anche e soprattutto di amici, di amore, di momenti condivisi in mezzo alla natura in fiore, lontani dal piatto e usuale tran tran delle settimane lavorative. Giornate così mi fanno davvero riflettere sull’annosa domanda “ma che cosa sto facendo?”. Della mia vita, intendo. Soprattutto lavorativamente parlando. Mi rendo conto che queste giornate sono più utili all’umanità di quanto non siano quelle spese in ufficio, che in fin dei conti non servono a niente e a nessuno, se non a far girare un po’ questa folle economia e a darmi uno stipendio a fine mese (che ahimè non è poca cosa). E allora mi chiedo: ma che cosa potrei fare? Che cosa desidero davvero?

Penso spesso a questa cosa e nella mia testa i pensieri sembrano avere un ordine e una logica, ma quando poi provo a metterli per iscritto perdo facilmente il filo del discorso: è come se avvertissi una palese dissonanza tra il mondo esterno e quello interno, ma non riuscissi a metterla a fuoco. E allora mi chiedo se il tempo aiuterà a dare un senso a tutte queste elucubrazioni, a indirizzarle verso qualcosa di concreto, o se scivolerà via veloce come ha fatto negli ultimi anni e mi ritroverò come il criceto nella ruota, a girare su me stessa, illudendomi di aver fatto tanta strada.

Per ora mi godo la primavera. La pioggia leggera, l’aria tiepida, il rumore delle onde che si arrotolano sui ciottoli nella riserva marina di Miramare, il profumo delle violette, il tepore umido del muschio al sole. Tutte cose piccole, minuscole, eppure così belle da riempire totalmente il momento che dedico a loro. E quando sento, fosse anche per un solo minuto, io magicamente non penso.

szandri - muschio