Dell’estate e del potere di un “no”.

Sono reduce da una settimana di vacanza durante la quale l’universo ci ha graziati, regalandoci temperature piacevoli, cieli azzurri e mari stupendi.

Porto ancora con me il rumore della risacca, il soffice suono delle vele al vento, il frinire costante delle cicale in sottofondo. E ancora il profumo del mare, il sapore dei pomodori dell’orto e del basilico portato da casa, la freschezza del vino bianco sorseggiato al tramonto.

È stata una settimana rigenerante, in cui ho dormito profondamente anche durante il giorno e in cui ho avuto delle conversazioni davvero belle e profonde con degli amici che non frequentavo molto da anni e che sono felice di aver ritrovato.

szandri - vacanze

Durante la vacanza ho tentato di studiare per un esame che avrei dovuto sostenere al rientro, ma ovviamente con scarso successo. Troppe le distrazioni, troppi i momenti da vivere per pensare di stare incollata al tavolo, china su un libro. Per una volta però non mi sono eccessivamente colpevolizzata e alla fine – nonostante fossi comunque abbastanza preparata – ho deciso di rinunciare.

Ho detto no ad un esame che aspettavo da anni e che forse (forse!) mi avrebbe aperto le porte per una nuova professione. IO ho detto no. E la novità è che mi sento sollevata!

Che succede? Me lo sono chiesta seriamente, perché per me questa è un’assoluta novità. La conclusione a cui sono giunta è che invecchiando (eh sì) sto imparando a riconoscere i miei limiti e soprattutto a decidere che cosa è meglio per me.

Quindi sì, ho rinunciato all’esame e l’ho fatto perché sono davvero stanca e perché sento il bisogno di concentrarmi su quello che conta davvero, il che include certe persone. Perché ho bisogno di riprendere un progetto già iniziato e di portarlo avanti fino alla fine, senza interromperlo continuamente per portarne avanti un altro, e poi un altro, e un altro ancora.

Riflettendo mi sono resa conto che in realtà è da un po’ che sto dicendo no a certe cose, e che il processo è iniziato già parecchio tempo fa. L’esame è solo la punta di un piccolo iceberg che ha iniziato a formarsi chissà quando, chissà come, e io non me ne ero accorta.

Pare che io abbia iniziato a dire no al fare sempre tutto, a tutti i costi. Ho bisogno di scegliere su che cosa concentrare le mie energie. Non mi va più di correre a destra e a manca come una pallina da flipper, senza nemmeno ben sapere dove sto andando. E questo no include anche alcune persone, alle quali non mi va più di dar corda.

Ho cominciato a dire no anche al mandar giù ogni volta le cattiverie gratuite e le idiozie che mi propinano quotidianamente sul lavoro. Nel senso che ho cominciato a rispondere alle battute inqualificabili dei miei capi e a dire loro – più o meno gentilmente – che cosa penso.

Incredibilmente sto dicendo no alla tristezza, il che non significa che la signorina non si faccia sentire, ogni tanto, perché per una malinconica pessimista come me Madame Tristesse è un’amica fidata… ma mi rifiuto di crogiolarmici. Ci sono cose migliori da fare, cose più belle a cui pensare. Quindi sì ai pensieri positivi, agli esempi costruttivi ed alle idee nuove da perseguire. No alla residenza ai piani bassi, insomma. Ogni tanto si scende, poi però ci si volta e si risale.

E poi ho detto no al desiderio di piacere a tutti. Non ha senso, se va a finire che non piaccio a me stessa. E poi sinceramente non mi interessa più.

E la cosa veramente figa è che da quando dico qualche “no” mi piaccio molto di più. 

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Fast and oblivious.

Ricordo che una volta dedicavo molto tempo alla scrittura di lettere ed email. Era un modo di coltivare relazioni ed amicizie che mi piaceva molto. Mi piaceva rendere le persone partecipi della mia vita in maniera personale, speciale. Mi piaceva regalare loro una delle cose più preziose che abbiamo, il tempo, e pian piano rendere solido il legame tra noi.

Ricordo che controllavo la casella  email solo ogni tanto. Avevo un cellulare vecchiotto; era il mio primo cellulare e l’ho amato tantissimo. Ovviamente non era uno smartphone quindi aveva un’unica funzione: quella di telefono. Ed andava benissimo così. Quando squillava non era la Vodafone, e quando arrivava un messaggio sicuramente non era un’offerta in promozione della Tre. Dicevo, controllavo la mail solo ogni tanto, tutto il resto del tempo lo impiegavo vivendo, presente al presente. E così ero presente anche quando aprivo la casella email – quella volta era Yahoo! – e mi dedicavo a leggere e scrivere.

Quanta bellissima corrispondenza in quegli anni!

Lo ricordo con un sospiro oggi, ogni volta che il cellulare mi avvisa con un “dling” che c’è posta per me. Sempre più raramente trovo un messaggio personale. Il più delle volte ricevo petizioni, catene, messaggi di marketing e offerte di e commerce. Il tempo di un “dling” e quei messaggi sono già dimenticati: veloci veloci scivolano in superficie e rotolano nel cestino senza lasciar traccia. Un po’ come quei messaggi che rimbombano nell’etere tra le mura autoreferenziali dei social network, scritti più per noi stessi che per gli altri.

Ogni tanto mi ritaglio un po’ di tempo e scrivo qualche lunga email agli amici lontani. Poi il tempo passa, me ne dimentico, e a distanza di settimane se qualcuno risponde il cuore fa una capriola per la sorpresa di un pensiero lanciato lì, come un seme, che dopo un po’ diventa un bellissimo fiore.