Questione di Ql

Piccole considerazioni che evaporano nel calore umido di inizio Luglio.

  1. Ieri sono andata in bagno e mi sono lavata le mani. Prima ancora che potessi rendermi conto della sua presenza, un moscerino che se ne stava tranquillo sul bordo del lavandino è stato centrato da uno spruzzo ed è stato trascinato nell’acqua. L’ho visto scomparire nel gorgo in una frazione di secondo. Ho pensato che purtroppo la vita è così anche per noi, a volte ce ne stiamo lì tranquilli e TAC, un attimo dopo succede qualcosa che non avevamo previsto e ciao. Per il moscerino mi è dispiaciuto, anche se era “solo un moscerino”. Più che altro mi sono detta che tutto quello che ci capita ha poco a che fare con la giustizia, molto a che fare con il culo e universalmente a che fare con l’incapacità di avere un’idea precisa di tutte le variabili che condizionano il nostro destino di esseri viventi.
  2. Siamo tutti un po’ egoisti, anche se ci piace credere il contrario. E lo siamo soprattutto quando siamo felici, perché spesso è allora che smettiamo di chiederci che cosa provano gli altri. Lo dico senza rabbia, è una mera constatazione che deriva dalla rilevazione di tutta una serie di comportamenti di persone a me care negli ultimi mesi. Il fatto che siano persone a me care, a cui voglio un gran bene e che stimo mi ha fatto capire che con ogni probabilità nessuno fa eccezione, men che meno la sottoscritta. Forse è la natura che sotto sotto ci impone di essere egoisti. Una sorta di residuo istinto di sopravvivenza, chissà.
  3. Le persone sembrano più fighe, più brave e più belle di quello che sono quando non le conosci. Solo raramente vale il contrario. Non approfondirò ulteriormente questa considerazione, che vale soprattutto per chi – come la sottoscritta – ha un’autostima a meno venticinque.

Aggiungo solo un breve sunto grafico del punto 1, esempio di filosofia grafica spiccia. Libera interpretazione, ammesso che si voglia interpretare uno scarabocchio di questo livello! Sarà il caldo a farmi delirare o i saranno tre spriz Campari assunti a stomaco vuoto qualche giorno fa e non ancora assimilati?

szandri - ql infinito

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Non voglio più aspettare Godot.

Sinceramente otto anni fa mai e poi mai avrei pensato di arrivare a questo punto, che a volte mi sembra già un capolinea.

Un capolinea grigio, senza alcuna prospettiva, senza alcuno stimolo. E gli stimoli me li cerco, eh, li prendo con forza e li caccio nelle otto ore di grigio con tutte le mie forze. Ma quelle otto ore non sono fatte per i miei stimoli, e gli stimoli che mi cerco male si sposano con i limiti imposti dal mio lavoro. Le giornate passano e io sono sempre di corsa, corro senza una direzione precisa e alla sera il più delle volte mi sento sfiancata, demotivata.

Tre anni fa il ginecologo mi disse “È proprio ora che arrivi questo bambino, allora”. Ricordo di aver provato una strana, spaventosa (ma bellissima) sensazione di possibilità. Mi sembrava che un progetto così – oltre ad essere un desiderabile salto nel vuoto, accarezzato da tempo – potesse dare un senso a scelte altrimenti poco appaganti, ma in qualche modo scontate come le affermazioni “Non si lascia un lavoro sicuro” oppure “Ogni cosa al momento giusto”. Come se davvero esistessero sicurezze ed i momenti giusti studiati a tavolino non fossero in realtà più rari degli unicorni rosa.

Ci ho messo due anni a capire che in questo campo non è saggio fare progetti, al massimo si possono nutrire speranze. Poi ci ho messo un altro anno per capire che anche quelle tutto sommato sarebbe meglio evitarle.

Sarebbe bello poter smettere di sperare, ma come si fa?

Mi sembrava di essere a buon punto, dico la verità. Nelle ultime settimane ci ho pensato spesso, al fatto che questo desiderio forse non mi appartiene fino in fondo, che forse è un bisogno indotto, più che un sogno tutto mio. Che forse è un desiderio già vecchio, masticato dall’attesa e dalle paure accumulate nell’ultimo anno. Ma non lo so, sono sincera. Credo che in fin dei conti sia solo un discorso che mi faccio per non stare peggio di come già sto quando mi fermo un attimo a pensare e mi prende lo sconforto, il famoso “momento melodramma”.

Il fatto è che il tempo è passato talmente veloce da farmi paura, e io semplicemente non ho più voglia di sprecarlo.

Perché quando la speranza diventa attesa tutto il resto sbiadisce lentamente, rimane sullo sfondo. Il problema è che mentre noi fissiamo un punto, tutto il resto continua a scorrere.

Certo è che non ha senso aspettare qualcosa che non si sa se arriverà.

E non ha senso nemmeno prendere atto di questa verità, se poi non ci si muove, e si rimane lì, in attesa di Godot.

L’attesa è una rischiosa scommessa. Più si attende e più si è portati ad indugiare: non andrò via mica adesso, è già tanto che aspetto, dovrà pur arrivare.

Ma sai (ora so): Godot potrebbe non arrivare mai. Viene quasi da pensare che sia l’attesa stessa ad impedirgli di arrivare, o a impedire a me di riconoscerlo.

Perché alla fine chi è questo Godot? Di certo la risposta giusta non è “un figlio”, sarebbe troppo semplice e pure un po’ ingenuo pretendere di dare risposta al rebus della vita con una nuova vita.

E non è nemmeno la felicità.

Non sarò mica io?

Such is the way of the world
You can never know
Just where to put all your faith
And how will it grow?
Gonna rise up
Burning black holes in dark memories
Gonna rise up
Turning mistakes into gold

Such is the passage of time
Too fast to fold
Suddenly swallowed by signs
Lo and behold
Gonna rise up
Find my direction magnetically
Gonna rise up
Throw down my ace in the hole

Novembre

Novembre, le giornate si sono accorciate di brutto.

Sono a casa con una tonsillite che fino a ieri sera mi faceva sentire male anche solo all’idea di deglutire dell’acqua. Oggi per fortuna va meglio e mi sto quasi godendo la reclusione forzata, dal momento che fuori il tempo è grigio e umido e non viene affatto voglia di mettere il naso fuori dalla porta. Persino il cane ha passato la giornata a stiracchiarsi sul cuscino.

Non so per quale motivo ultimamente non ho più tanta voglia di scrivere. Nel corso di quest’anno sono successe tante cose e la mia fidata amica Ansia è tornata a farmi compagnia, ma in veste diversa. Niente attacchi di panico (almeno per il momento, e francamente spero che non si ripresentino), in compenso però mi accompagna quasi sempre un’inquietudine sottile, il timore che di incappare in un altro scoglio non appena mi rilasso. Perchè il problema non sono tanto i singoli scogli, bensì la loro somma. Anche la tonsillite, che non mi faceva visita da circa nove anni, sembra suggerirmi che ho le difese veramente a terra.

Mi sento un po’ fragile, ecco. Forse però è anche il momento di smetterla di avere paura di tutto. Che senso ha trattenere il respiro, vivere a metà? Non ha senso, mi dico. Sto cercando di convincere anche i muscoli del mio corpo, ma a giudicare dalla loro tensione ci vorrà un bel po’. L’importante – per ora – è cominciare.

Quindi sto approfittando di queste giornate a casa per coccolarmi un po’.

Ho preso un sacco di libri negli ultimi mesi. C’è una libreria che mi piace tanto, qui a Trieste. Quando ho un po’ di tempo amo andarci e perdermi tra titoli e quarte di copertina. Negli anni ho scoperto casualmente libri bellissimi, che magari ho scelto leggendo solo poche righe e che poi si sono rivelati veri amplificatori del mio mondo interiore. È proprio vero che leggere è viaggiare, vivere, sentire senza muoversi. Forse anche per questo scrivo di meno, adesso. Preferisco leggere le parole altrui, e lasciarmi sviare così.

Ho ripreso ad ascoltare musica, ma solo la musica che mi piace, che mi fa stare bene. Ho recuperato il mio lettore mp3 con la ferma intenzione di dare nuovamente una colonna sonora al tempo che vivo, come facevo da adolescente. Oggi pomeriggio in radio hanno passato una canzone che mi ha riportata in Svezia con un’intensità tale da rievocare prepotentemente persino gli odori del mio inverno a Sickla Udde. In futuro vorrei poter ricordare questo periodo con note diverse da quelle monotone dell’ufficio in cui vivo gran parte della settimana.

Mi sono presa un po’ cura di me. Niente di peggio – quando già non si è al top – di guardarsi allo specchio e vedersi pure sciatti e trascurati.

Sto evitando le notizie brutte di cui sono zeppi i giornali. Cerco le piccole cose belle che si nascondono in tutto ciò che diamo per scontato.

Non so ancora che cosa farò di questo blog. Forse lo cambierò un po’, forse no… forse sto cambiando io, ma in quale direzione? Ancora non lo so.

Pippa che ti passa

Alert: Pensieri in ordine sparso, senza capo né coda.

Fuori la bora scura soffia forte. Stamattina quando sono uscita di casa faceva davvero molto freddo, in macchina ho attivato il riscaldamento e mentre aspettavo che il motore si scaldasse mi sono resa conto che le gocce di pioggia sul finestrino erano dense, quasi solide… quasi neve!

So che non attaccherà, difficilmente vedrò il giardino imbiancato oggi, però mi sono scoperta comunque a sorridere. Ogni volta che vedo i fiocchi di neve mi sembra di tornare bambina. Peccato che non capiti più così spesso.

L’altro giorno in una stanza d’ospedale ho sentito anche una signora anziana tornare bambina. Si lamentava per il dolore provocatole da una piaga: urla soffocate, parole indistinte, la voce stanca. Poi ad un certo punto l’ho sentita urlare “mamma”. Più volte, non ho dubbi, quella signora di 94 anni ha chiamato la sua mamma.

Mi chiedo come si faccia a gestire la sofferenza negli ospedali. Come fanno le persone che ci lavorano quotidianamente a non farsi travolgere dal carico emotivo che un lavoro a tu per tu con la paura, il dolore e la sofferenza comporta? Come fanno a mantenere la lucidità necessaria,a prendere decisioni, a non stare male a loro volta?

Il pensiero che ci sia chi dedica la propria vita alla CURA degli altri (cura in senso lato) compensa in parte la stanchezza che mi pervade quando guardo il mondo e vedo ciò che è diventato, teatro di passaggi effimeri, spesso non coscienti, di crudeltà taciute e di mute sofferenze.

Forse ci accorgiamo degli altri e del loro valore solo nel momento in cui siamo noi ad averne bisogno.

Vorrei non fosse così.

In questi giorni mi sto facendo un sacco di pippe mentali, più del solito, eppure a momenti mi sorprendo a formulare pensieri lugubri con una certa serenità. Per esempio mi capita di pensare che la morte, se accettata, potrebbe fare meno paura. L’unica cosa che fa veramente paura, della morte, è in fondo la sofferenza di chi resta. Quando mi è capitato di stare male la mia unica vera preoccupazione, al di là del cuore a mille, era che le persone che amo sapessero che le amo.

E questo mi fa pensare che alla fine di tutto l’unica cosa che conta è veramente l’amore. Banalità.

Con tutte le pippe mentali che mi faccio quotidianamente mi sembra impossibile che da un momento all’altro una persona possa non esistere più. Non ha veramente senso! Come fa un universo a scomparire nel giro di pochi secondi? Dove finisce tutta l’energia? Evapora? Si trasforma? Come mi piacerebbe avere risposte. Ma forse è meglio non averne. In fin dei conti, la risposta potrebbe anche essere che nulla ha senso. Probabilmente è così.

Però mi piace pensare che: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy.”

Fuori il vento continua a ululare. Vorrei andare a vedere il mare graffiato dalla bora, adesso, e lasciare che le raffiche soffino via i pensieri superflui. Invece mi tocca rimanere qui dentro, in questa bolla color neon, immersa nel fastidioso tepore elettronico dei computer. Ho la musica che mi salva, a tratti, dai lamenti intermittenti di chi non conosce il valore sacro del silenzio.

Note.

Ci sono immagini che mi portano lontano, ad anni che sembrano vicini, ma che in realtà sono scivolati via veloci e silenziosi come l’acqua sotto i ponti, e sono distanti ormai più di una cifra.

Sono ancora io quella persona, eppure quanto sono cambiata…

Ultimamente scrivo poco; è come se tutta la vita che riversavo nella scrittura scorresse impetuosa dentro di me. Difficile spiegare questa sensazione, inaspettata ed inusuale. Mi accorgo con stupore che nelle ultime settimane sta succedendo quello che non pensavo sarebbe successo: le emozioni degli anni che hanno preceduto il mio ritorno a casa stanno scolorendo come foto al sole, sembrano appartenere ad un’altra vita. Per me, che ho sempre vissuto nella nostalgia obliqua del passato, è qualcosa di nuovo e sconcertante.

Mi tornano in mente i versi di Montale:

“… Trema un ricordo nel ricolmo secchio,nel puro cerchio un’immagine ride. Accosto il volto a evanescenti labbri:si deforma il passato, si fa vecchio, appartiene ad un altro…”

Se solo la mia professoressa delle medie sapesse quante volte mi sono tornati in mente queste parole forse si sentirebbe orgogliosa del proprio lavoro.

Quanta vita si nasconde in profondità, quanti sussulti segreti o condivisi dietro ad ogni immagine evanescente, che il tempo consuma e leviga?

Stento a credere di essere sempre io quella persona.

Guardo le foto e scruto la mia pelle liscia, il sorriso pieno di entusiasmo, i ricci lucidi sullo sfondo dei tanti luoghi che nel tempo ho chiamato casa. A distanza di dieci anni in quegli scatti mi trovo bella: all’epoca mi sembrava di non fare abbastanza, e invece oggi vedo chiaramente quanta pienezza caratterizzava quei giorni. Mi chiedo se un domani proverò lo stesso guardando le foto che scatto compulsivamente adesso, quasi un tentativo di intrappolare la sabbia che scorre nella clessidra.

Però non si può fermare il tempo.

Per quel che ne so, la musica è l’unico strumento che può compiere questa magia.

Oggi per esempio ho ascoltato questa canzone ad occhi chiusi, per diverse volte, ed almeno per un po’ tutto è stato di nuovo presente. Tutto è emerso di nuovo da qualche parte, dentro di me, rimescolando ciò che è stato e ciò che è.

La musica mi restituisce intera ed intatta a me stessa, anche quando mi sembra di aver dimenticato chi sono, anche quando mi vedo solo a metà.

Quaranta punti di domanda.

Quarant’anni fa un terremoto violentissimo scosse il Friuli. Era il 6 Maggio del 1976. Questa data è diventata con il tempo un simbolo, il vero spartiacque della storia regionale. L’esperienza della ricostruzione, guidata dal motto “Prima le fabbriche, poi le case, poi le chiese”, è ancora oggi motivo di orgoglio per un popolo che ha saputo davvero rialzarsi dalle macerie, costruendo non solo quello che c’era prima del tragico evento, ma molto, molto di più.

Da povero che era, il Friuli è oggi una terra prospera, nonostante la crisi. Una terra di tradizione ed industria, di bellezza e gusto, per non parlare dei tesori d’arte e cultura che racchiude.

Qualche giorno fa mi sono recata a Udine per lavoro. La città è splendida, ricolma di gioielli attraverso i quali ripercorrere la storia della Repubblica di Venezia dal Quattrocento al Settecento.

Camminando attraverso il centro storico mi sono fermata per un attimo sotto la Loggia del Lionello, un capolavoro dell’architettura di sapore veneziano a cavallo tra il XV ed il XVI secolo. Disegnata da un orafo, la Loggia appare proprio come un enorme scrigno bianco e rosa, i soffitti in legno scuro e la pavimentazione a scacchi colorati.

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Ed ecco che lì, accanto all’immagine della Madonna con bambino del Pordenone, a due passi dalla scalinata palladiana, ho visto tre ragazzine sui sedici anni sedute per terra con i jeans strappati, i capelli piastrati, il trucco insolente ed il visetto imbronciato. In una mano reggevano una sigaretta, nell’altra il cellulare. Poco più in là sedeva un gruppo eterogeneo di ragazzi, più o meno giovani: capelli rasta, anelli al naso, sigarette rollate, colori arcobaleno. Ho captato qualche frase, l’argomento di conversazione tra una boccata di fumo ed un sorso di birra era l’esperienza spirituale di uno di loro in India.

Non mi sono trattenuta molto, ho dato però un’occhiata al termometro a spire bimetalliche che pende dal soffitto in legno della Loggia e mi sono chiesta se qualcuno di quei ragazzi avesse idea dello splendore di arte e scienza tutto attorno a loro, o se lo stessero dando per scontato (come peraltro ho fatto anche io fino a qualche anno fa).

Camminando per le strade sono rimasta abbagliata dalle mille vetrine luccicanti, incasellate nei vani di antichi palazzi secenteschi le cui facciate recano ancora traccia di affreschi e decorazioni stupende. Zara, H&M, Boggi, Tod’s, Sephora, o ancora mille caffetterie, ristorantini. Sui tavolini sparpagliati in Piazza San Giacomo era pieno di ghiotti taglieri e calici lucenti. A terra mozziconi di sigarette, bicchieri di plastica, scontrini stropicciati. Un’ordinaria domenica di scontata opulenza, malgrado le vacche non siano più grasse come un tempo.

A distanza di quarant’anni, ogni volta che da qualche parte la terra trema il Friuli ricorda con orgoglio il ’76. Ricorda (giustamente!) la forza e la dignità della propria gente, il senso di comunità e del lavoro attorno ai quali si era stretta e sui quali aveva ridisegnato, pietra su pietra, un’identità di cui andar fieri. Ma oggi – mi chiedo – di fronte ad un’emergenza saremmo capaci di fare altrettanto? O ci riveleremmo spauriti e fiaccati dalla ricchezza in cui siamo immersi, senza nemmeno rendercene conto, dimentichi dell’anima di questi luoghi?

Me lo sono chiesta annusando le scie di profumo delle signore griffate in via del Mercato Vecchio, guardando i capelli ondulati dei ragazzi seduti stravaccati nei bar, o le ragazzine dall’età indefinibile con in mano il cellulare e sacchetti di carta di noti marchi di vestiario. Me lo sono chiesta guardando gli uomini panciuti con la camicia semi aperta sul petto, la pelle abbronzata e le mani curate. Me lo sono chiesta guardandomi riflessa in una vetrina, io per prima così usa al benessere da potermi permettere senza sforzi il lusso di imparare.

Non credo che il passato fosse migliore, questo no. Ma mi sconcerta constatare che il benessere diffuso spesso non si è tradotto in un reale miglioramento culturale, in un senso di appartenenza più profondo, in una maggiore consapevolezza di ciò che abbiamo, ma solo in un’accessibilità cui spesso non attribuiamo alcun valore, perché è lì a disposizione. Una porta aperta su un mondo che non ci interessa scoprire o recuperare, perché pensiamo ci appartenga. E invece, mi dico, è sempre più lontano.