Il genetliaco di “ranzida me”.

Insomma è passato di nuovo un po’ di tempo da quando ho scritto l’ultima volta.

So già che mi pentirò dopo aver pubblicato ‘sto post, ma oggi mi tocca essere tutta un sorriso mentre dentro ad ogni passo sento risuonare la “ranzida me”, quella che staccherebbe il telefono e manderebbe a quel paese tutti. E chiunque conosca la “ranzida me” sa che non la si può mettere a tacere a lungo. C’entra forse il fatto che stamattina chiudendo i pantaloni mi sono pizzicata la pelle nella cerniera? Un male cane! Come ho fatto? Non lo so. (Volevo inserire una parolaccia nel mezzo di quest’ultima frase, ma la vecchiaia comporta pudore evidentemente)

li mortacci vostri - szandri

Oggi compio 35 anni.

Mi sono svegliata di pessimo umore e per nulla in vena di festeggiare, ma il compleanno non c’entra, mi sono semplicemente svegliata storta.

Sono sempre stata poco incline alle grandi feste, ma in qualche modo mi ero immaginata di festeggiarli, questi 35. Perché ne mancano 15 ai 50, gente! (NDR Questa frase raggelante me l’ha detta una mia amica un po’ di tempo fa mentre facevamo discorsi da vecchie del tipo “ohi ma lo sai che ci conosciamo da 20 anni?!“)

ma sei una criminale - szandri

Volevo andare in montagna con pochi amici stretti, o comunque fare qualcosa di speciale, invece non ho avuto né il tempo né la voglia di pensarci e oggi il mio unico desiderio è di tornare a casa dopo il lavoro, mangiare qualcosa senza cucinare in prima persona ed andare a dormire. Ah, e anche che mi dicano che i nuovi mobili a casa me li monteranno venerdì e non sabato, così almeno mi risparmio il venerdì in ufficio e soprattutto il sabato in clausura! Ultimamente sogno ardentemente due cose: dormire di più (e meglio) e che qualcuno mi massaggi le spalle ed il collo almeno per un’ora senza sbuffare. Ché lì si concentrano tutte le mie tensioni e tutte le mie paturnie, a quanto pare.

In realtà ci sono diverse cosa da festeggiare, in primis appunto l’aver compiuto 35 anni su questa terra. Nonostante la giornata sia cominciata con la luna di traverso non posso non vedere che regalo mi è stato fatto 35 anni fa. Dicono che mettere al mondo un figlio sia una scelta egoista, ma finora non posso che ringraziare i miei genitori per averla fatta! Quante cose ho vissuto in questi anni? Quante persone belle ho incontrato, quanti posti ho visto, quante emozioni ho provato? Non per tutti è così, e questo io non lo voglio scordare. Vorrei che tutti potessero dire lo stesso.

Adesso che compio 35 anni pare inoltre che si potrà finalmente indagare il perché io non riesca a concepire o ancor peggio a portare a termine una gravidanza. Prima era troppo presto. (NDR Mi sembra giusto, perché fare accertamenti quando rischi meno? Facciamoli dopo che hai compiuto i 35, quando tutto diventa più difficile a prescindere e quindi almeno siamo sicuri che se le cose vanno male si può dare la colpa all’età. Spassosissimo.) Vabbeh, comunque ora questi accertamenti si potranno fare, quindi rullo di tamburi e trombetta e hip hip hurrah! In realtà nel frattempo mi sto facendo un sacco di domande. Oltre all’annosa domanda che mi pongo da tempo e cioè  se fare figli in questo mondo con la quasi certezza di dover fronteggiare a breve un collasso ecologico non sia – questo sì – un gesto egoista, tre anni e mezzo di attesa mi hanno messa nella condizione di realizzare davvero che cosa significa fare un figlio, e soprattutto farlo quando la natura non ti vuole aiutare. Cosa che non credo si approfondisca a dovere (per fortuna, direi) quando un bambino arriva subito, o senza tutto ‘sto patimento.

Oggi comunque festeggerei anche un’altra cosa, e cioè il fatto che finalmente ho chiesto di passare al part time. Nonostante mi si prospetti una paga da fame a partire dal mese prossimo ed il doppio della fatica, questo è un passo da celebrare assolutamente. Sono quasi otto gli anni passati a fare la muffa in questo ufficio in cui nulla ha un senso, a partire dal motivo per cui mi hanno assunta (NDR non l’ho mai capito, infatti), e all’alba dei 35 ho finalmente deciso di mollare il colpo, prima di diventare un pezzo dell’arredamento insomma (o forse lo sono già?)! Da Ottobre più povera, probabilmente ancora più stanca… ma spero più felice!

Insomma, alla fine pare che ci siano solo cose da festeggiare e di cui essere grati! In effetti è così. Ci sono cose che vorrei fossero diverse, ma le cose belle sono molte, molte di più e sarei un’idiota a non riconoscere la fortuna che ho avuto finora. Scrivere è terapeutico, si sa: tutto sommato alla “ranzida me” serviva solo lasciare che la foschia del mattino lasciasse spazio al sole ed all’aria di Settembre per sciogliersi un po’ ed ammettere che sì, un altro anno è passato e va bene – davvero bene – così.

galina vecia - szandri

Allora cin cin a me, anche se per ora mi berrò solo un caffè. D’altra parte considerando che sono le 11 e mezza mi sembra una scelta matura, ovvero ciò che si addice ad una donna di 35 anni. Ma ciò non significa che alle 18 (o a pranzo) avrò lo stesso grado di maturità! Potrei anche decidere di dilapidare il mio ultimo stipendio decoroso nel bar di fiducia.

Advertisements

(E poi basta)

Oggi l’augurio che faccio a noi tutti è di imparare a pretendere che l’informazione sia il più possibile neutra ed accurata e di non farci tentare da facili strumentalizzazioni. Sono convinta che le forzature – anche quelle in buona fede – portino inevitabilmente ad una polarizzazione sempre più marcata ed in ultima analisi allo scontro, non all’incontro.

A chi non crede che la radice di questa atmosfera orrenda sia (anche) l’esasperazione dico che per me invece molto si nasconde proprio lì.

Io quando vedo che cosa è diventata l’informazione sono francamente esasperata. Frustrazione, fastidio, confusione e violenza mettono radici sì nell’ignoranza, sì nell’indigenza, ma anche (in maniera più subdola ed imprevedibile) nell’impossibilità di trovare una fonte di informazione obiettiva, un interlocutore libero da preconcetti, un rappresentante capace di argomentare con contenuti e non con vuoti slogan, di proporre soluzioni e non solo di avanzare critiche, fomentando le masse.

Come possiamo essere costruttivi se non siamo capaci di liberarci dai nostri pregiudizi (che non hanno un solo colore)? Se siamo servi delle nostre convinzioni e non proviamo mai a metterci nei panni altrui? Se siamo capaci solo di giudicare e mai di fare autocritica? E ancora, come si può pretendere di argomentare e di fare passi avanti sulla base di supposizioni, di illazioni?

Ed infine la domanda più importante: “cui prodest”? Sicuramente non ai più deboli, che comunque vada pagano, a prescindere dal colore della loro pelle o dalla loro provenienza.

Ora giuro che torno a scrivere di cose belle e a disegnare faccine, perché ogni volta che mi fermo a riflettere su queste cose mi sento terribilmente inadeguata e ho la chiara percezione del mio essere solo una minuscola pedina su un’immensa scacchiera, di cui non credo potrò mai scorgere l’orizzonte.

Verità.

Qualche anno fa mi feci male in barca. Finii al pronto soccorso e ne uscii con cinque punti in testa. Alla stessa regata a cui partecipavamo noi prendeva parte anche una ragazza visibilmente incinta, ma tutti sapevano bene che non si trattava di me. Tuttavia alla fine della giornata sui pontili era sulla bocca di tutti la storia secondo la quale ero finita al pronto soccorso ed ero (evidentemente a mia insaputa) “molto” incinta… per di più di due gemelli!

All’epoca questa cosa mi aveva fatta ridere molto, ma ero rimasta colpita dalla velocità con cui la storiella era diventata verosimile nella testa di chi la commentava. Gli ingredienti c’erano tutti. C’era una ragazza incinta (sì), c’era una ragazza al pronto soccorso (sì), ma c’erano anche (e soprattutto) il sentito dire, la curiosità morbosa e quel dettaglio in più che rendeva la cosa particolarmente interessante. E infine c’era la chiacchiera.

Si tratta solo di un aneddoto, ma mi ricorda tanto le cose che leggo in giro in questi giorni. Il mio pensiero, forse poco popolare, è che le supposizioni e le bugie rimangono sempre supposizioni o bugie, anche se ci sembrano verosimili, anche se SONO verosimili, e anche se ci piace crederci perché rispecchiano il nostro modo di vedere la realtà, di percepirla.

Sinceramente non me la sento di pronunciarmi sul singolo episodio – chi legge avrà sicuramente capito a che cosa mi riferisco – ma sono rimasta comunque inquietata dall’arcobaleno di reazioni del webbe.

Viviamo nell’epoca veloce in cui tutto è nero o tutto è bianco. Chiunque provi ad infilarsi nel mezzo viene bollato con comode etichette preconfezionate. E io che per natura sto nel mezzo mi trovo davvero in difficoltà nell’esternare un pensiero come questo, perché comunque vada il rischio è che mi si attribuisca un colore in cui non mi riconosco.

Mi piacerebbe davvero tanto che riuscissimo a guardare ai fatti nella loro oggettività, sforzandoci di non applicare i nostri filtri, di non piegarli alle nostre paure, alla nostra visione del mondo. Perché sinceramente credo che nel momento stesso in cui lo facciamo diventiamo parte di quello stesso problema che in buona fede tentiamo di risolvere.

Cito nuovamente il blog Hic Rhodus, di cui non sempre condivido i post, ma che è per me un’interessante fonte di riflessione logica.

Un’amica ha raccontato, su Facebook, come un suo conoscente, da lei richiamato per avere divulgato una fake news, le abbia detto che non gli importava e che non intendeva rimuoverla, perché lui è arrabbiato, quella fake era in qualche modo plausibile, e questo era il suo modo di reagire a una politica che non gli piaceva. Il senso di questo aneddoto è tremendo; le fake, in maggioranza costruite ad arte da mestatori di professione, diventano funzionali in maniera consapevole a chi prova disagio e frustrazione e vuole protestare; spargere falsità, consapevolmente, perché si vuole male al mondo, al governo, alla casta, al destino cinico e baro che ci ha avviliti. Abbiamo superato di un balzo, in modo irreversibile, l’idea di popolo ignorante che subisce il linguaggio aggressivo e falso, e siamo approdati in una terra di popolo che utilizza consapevolmente il falso per accreditare propri valori, credenze e modi di agire. Non più: sono stato manipolato, la mia colpa è solo l’ingenua ignoranza, bensì: io manipolo, e mi faccio parte di tale manipolazione, mi compenetro di una plausibile ma distorta verità che fa comodo per giustificare il mio malessere, fornisce una cornice di senso (artefatto) alla mia reazione al mondo.

E la cosa tragica è che vale per tutti.

truth

Questione di Ql

Piccole considerazioni che evaporano nel calore umido di inizio Luglio.

  1. Ieri sono andata in bagno e mi sono lavata le mani. Prima ancora che potessi rendermi conto della sua presenza, un moscerino che se ne stava tranquillo sul bordo del lavandino è stato centrato da uno spruzzo ed è stato trascinato nell’acqua. L’ho visto scomparire nel gorgo in una frazione di secondo. Ho pensato che purtroppo la vita è così anche per noi, a volte ce ne stiamo lì tranquilli e TAC, un attimo dopo succede qualcosa che non avevamo previsto e ciao. Per il moscerino mi è dispiaciuto, anche se era “solo un moscerino”. Più che altro mi sono detta che tutto quello che ci capita ha poco a che fare con la giustizia, molto a che fare con il culo e universalmente a che fare con l’incapacità di avere un’idea precisa di tutte le variabili che condizionano il nostro destino di esseri viventi.
  2. Siamo tutti un po’ egoisti, anche se ci piace credere il contrario. E lo siamo soprattutto quando siamo felici, perché spesso è allora che smettiamo di chiederci che cosa provano gli altri. Lo dico senza rabbia, è una mera constatazione che deriva dalla rilevazione di tutta una serie di comportamenti di persone a me care negli ultimi mesi. Il fatto che siano persone a me care, a cui voglio un gran bene e che stimo mi ha fatto capire che con ogni probabilità nessuno fa eccezione, men che meno la sottoscritta. Forse è la natura che sotto sotto ci impone di essere egoisti. Una sorta di residuo istinto di sopravvivenza, chissà.
  3. Le persone sembrano più fighe, più brave e più belle di quello che sono quando non le conosci. Solo raramente vale il contrario. Non approfondirò ulteriormente questa considerazione, che vale soprattutto per chi – come la sottoscritta – ha un’autostima a meno venticinque.

Aggiungo solo un breve sunto grafico del punto 1, esempio di filosofia grafica spiccia. Libera interpretazione, ammesso che si voglia interpretare uno scarabocchio di questo livello! Sarà il caldo a farmi delirare o i saranno tre spriz Campari assunti a stomaco vuoto qualche giorno fa e non ancora assimilati?

szandri - ql infinito

Pippa che ti passa

Alert: Pensieri in ordine sparso, senza capo né coda.

Fuori la bora scura soffia forte. Stamattina quando sono uscita di casa faceva davvero molto freddo, in macchina ho attivato il riscaldamento e mentre aspettavo che il motore si scaldasse mi sono resa conto che le gocce di pioggia sul finestrino erano dense, quasi solide… quasi neve!

So che non attaccherà, difficilmente vedrò il giardino imbiancato oggi, però mi sono scoperta comunque a sorridere. Ogni volta che vedo i fiocchi di neve mi sembra di tornare bambina. Peccato che non capiti più così spesso.

L’altro giorno in una stanza d’ospedale ho sentito anche una signora anziana tornare bambina. Si lamentava per il dolore provocatole da una piaga: urla soffocate, parole indistinte, la voce stanca. Poi ad un certo punto l’ho sentita urlare “mamma”. Più volte, non ho dubbi, quella signora di 94 anni ha chiamato la sua mamma.

Mi chiedo come si faccia a gestire la sofferenza negli ospedali. Come fanno le persone che ci lavorano quotidianamente a non farsi travolgere dal carico emotivo che un lavoro a tu per tu con la paura, il dolore e la sofferenza comporta? Come fanno a mantenere la lucidità necessaria,a prendere decisioni, a non stare male a loro volta?

Il pensiero che ci sia chi dedica la propria vita alla CURA degli altri (cura in senso lato) compensa in parte la stanchezza che mi pervade quando guardo il mondo e vedo ciò che è diventato, teatro di passaggi effimeri, spesso non coscienti, di crudeltà taciute e di mute sofferenze.

Forse ci accorgiamo degli altri e del loro valore solo nel momento in cui siamo noi ad averne bisogno.

Vorrei non fosse così.

In questi giorni mi sto facendo un sacco di pippe mentali, più del solito, eppure a momenti mi sorprendo a formulare pensieri lugubri con una certa serenità. Per esempio mi capita di pensare che la morte, se accettata, potrebbe fare meno paura. L’unica cosa che fa veramente paura, della morte, è in fondo la sofferenza di chi resta. Quando mi è capitato di stare male la mia unica vera preoccupazione, al di là del cuore a mille, era che le persone che amo sapessero che le amo.

E questo mi fa pensare che alla fine di tutto l’unica cosa che conta è veramente l’amore. Banalità.

Con tutte le pippe mentali che mi faccio quotidianamente mi sembra impossibile che da un momento all’altro una persona possa non esistere più. Non ha veramente senso! Come fa un universo a scomparire nel giro di pochi secondi? Dove finisce tutta l’energia? Evapora? Si trasforma? Come mi piacerebbe avere risposte. Ma forse è meglio non averne. In fin dei conti, la risposta potrebbe anche essere che nulla ha senso. Probabilmente è così.

Però mi piace pensare che: “There are more things in heaven and earth, Horatio, than are dreamt of in your philosophy.”

Fuori il vento continua a ululare. Vorrei andare a vedere il mare graffiato dalla bora, adesso, e lasciare che le raffiche soffino via i pensieri superflui. Invece mi tocca rimanere qui dentro, in questa bolla color neon, immersa nel fastidioso tepore elettronico dei computer. Ho la musica che mi salva, a tratti, dai lamenti intermittenti di chi non conosce il valore sacro del silenzio.

Grande gelo.. what?

Con il nuovo anno è arrivato anche il freddo. Contrariamente a molti, io sono contenta di dover indossare i guanti e la sciarpa, di avere le mani rovinate ed il naso rosso, di vedere il fiato caldo condensarsi in uno sbuffo al contatto con l’aria gelida.

Che poi insomma, “gelida”.. qui da noi si parla di pochi gradi sotto o sopra lo zero. E a dirla tutta, se escludiamo le atipiche nevicate a sud ed il freddo che disgraziatamente attanaglia le zone terremotate, ponendo uomini ed animali in un’oggettiva situazione di emergenza, si tratta semplicemente (e finalmente) di inverno. Una stagione fredda, scomoda, dura.. ma da sempre.

I titoli sensazionalistici dei giornali e le assurdità che leggo in questi giorni (ad esempio il “Vademecum per il grande freddo” pubblicato da La Repubblica, presumo ad uso e consumo di chi l’inverno lo vede solo attraverso il cellulare ed i filtri Instagram – cito: “Zero gradi. É la temperatura a cui inizia a formarsi il ghiaccio”; ma che davvero?!) mi hanno fatto venire in mente un video del 2012, precisamente un audio di Paolo Rumiz, che dall’Abruzzo ricoperto di “panna montata” ricordava gli inverni di trenta, quaranta, cinquanta anni fa, quando buona parte dell’Italia non aveva dimenticato di essere anche un paese di montagna e di dover gestire la stagione più fredda con razionale organizzazione ed una progettazione lungimirante. Meno chiacchiere, più fatti – verrebbe da dire – ché le parole da sole servono a poco.

szandri-vademecum-grande-freddo

Pare quasi che i media (e lo Stato) ignorino la realtà quotidiana dei piccoli borghi incastonati negli Appennini e nelle Alpi, dove è tuttora necessario attrezzarsi autonomamente per far fronte alle avversità climatiche, con l’aggravante dell’inadeguatezza tecnologica e del sostanziale disinteresse del centro nei confronti della periferia,  una disattenzione che ai giorni nostri è davvero ingiustificabile. D’altra parte ricordo io stessa la nevicata che qualche anno fa aveva messo in ginocchio il Cadore; anche in quel caso, a leggere i giornali pareva che l’emergenza interessasse solo l’opulenta Cortina ed i suoi vip, alcuni dei quali per l’occasione avevano rilasciato commenti esilaranti. Ma Cortina è solo un grande nome che oscura tutto un territorio lasciato a se stesso, vittima – prima ancora che dei capricci meteorologici – dell’incuria che inevitabilmente si accompagna all’abbandono, al progressivo isolamento, alla marginalizzazione nella discussione politica. Paradossalmente, vittima anche del “progresso” (per fare un esempio stupido, quell’anno chi non aveva una stufa a legna aveva dovuto lasciare la propria casa).

Quest’anno quassù la neve ed il freddo non stanno (ancora) facendo danni. Il problema è un altro: la neve per ora ha imbiancato il sud Italia e non ha purtroppo risparmiato i paesi del centro, già in grave difficoltà a causa del sisma, ma ha evitato accuratamente (fatta eccezione per qualche sporadico fiocco) le nostre belle Alpi Giulie e Carniche, in cui la fanno da padrone i prati gialli, l’erba secca ed i cieli azzurri. Un bel guaio per albergatori ed operatori turistici, anche se le piste da sci sono imbiancate e fanno quasi impressione, così candide in mezzo alle inconsuete palette di giallo, verde e marrone che sfoggiano i monti tutt’intorno. D’altra parte – mi dico – dovremo abituarci.

szandri-monti-gialli

Io – fedele al mio proposito di guardare positivamente alla realtà – mi sono goduta gli ultimi giorni di ferie respirando aria buona (e fredda!) a zonzo tra boschi silenziosi e pendii deserti, pattinando sul ghiaccio (quello non manca) e leggendo accanto al fuoco.

Chissà che non serva ad attutire il colpo del rientro in ufficio, e soprattutto a calmare i miei tic nervosi alla lettura dei titoli dei giornali.